Senatore Franco Servello
 
03-01-2006
SERVELLO: DAL COLLE UNA LEZIONE PER TUTTI
Il discorso di fine anno? «Alto profilo istituzionale e umano». Memoria storica? «Molto è stato fatto ma molto c'è ancora da fare». Bancopoli? «Torniamo alla politica»

Il richiamo del presidente Ciampi all'orgoglio italiano è il modo migliore per cominciare questo 2006 carico d'incognite. «È stato un discorso di alto profilo umano e istituzionale», dice Franco Servello: «Il capo dello Stato ha parlato direttamente al cuore degli italiani senza formule involute e metafore oscure. Ha parlato da italiano a italiani e ha dato una lezione di stile comunicativo ai soggetti della politica». Secondo il senatore di An «questo discorso è stato la sintesi del suo settennato, un periodo contrassegnato dalla riscoperta e dal rilancio dell'unità nazionale nonché dal senso d'equilibrio e d'imparzialità rispetto alla dialettica politica. Non abbiamo assistito a quelle ingerenze che hanno caratterizzato periodi precedenti e che davvero non rimpiangiamo».
Uno dei tratti distintivi della presidenza Ciampi è stato il rilancio del tema della memoria storica. Negli ultimi anni non è apparso più un fattore di divisione. Però all'inizio ci fu bisogno di qualche precisazione. Non per niente la prima edizione del libro di Servello, "Revisionismo", uno dei volumi che ha meglio fornito spunti di riflessione sul rapporto tra storia e politica in Italia, recava come sottotitolo "Da destra una risposta a Ciampi". Eh sì -conferma il parlamentare di An -c'era bisogno di confrontarsi senza equivoci. Da parte nostra c'era il timore che il processo di revisionismo si fermasse a metà. Da parte del Quirinale c'era .invece forse il timore di strumentalizzazioni politiche o di un ribaltamento di giudizi tale da cambiare il fondamento storico delle istituzioni. Entrambi questi sospetti si sono rivelati infondati. In questi ultimi anni sono avvenuti fatti importanti: l'istituzione della Giornata del Ricordo, il successo dei libri di Gianpaolo Pansa, le importanti ammissioni da parte dei vertici dei Ds sulle stragi del dopoguerra, la compattezza dimostrata dall'Italia davanti alla tragedia di Nassiriya. Però non possiamo dire che il processo sia concluso...».
Ma torniamo a Ciampi. Il suo discorso è venuto in un momento delicato, quando si riparla di questione morale e di intrecci tra finanza e politica.
Ha fatto bene il presidente ad evitare qualsiasi riferimento alle polemiche di queste settimane. Le vicende Unipol, Bankitalia e Antonveneta non devono avvelenare il dibattito politico in questa campagna elettorale.
Cosa pensa di un patto bipartisan contro i poteri forti?
Penso che si rischia di fare confusione e di alimentare la sindrome del complottiamo. Il problema va posto in altri termini.
E cioè?
Che invece di parlare delle congiure della finanza contro la politica, bisognerebbe piuttosto chiedersi cosa fa la politica stessa per rendersi autorevole e sovrana.
Mi faccia qualche esempio.
Innanzi tutto occorre ristabilire il principio che gli interessi generali curati dalla politica vanno salvaguardati prima di quelli particolari, di settore o di categoria, per quanto questi possano essere rilevanti. E' necessario superare una volta per tutte la pratica del ricatto permanente alle istituzioni di questo o quel gruppo. E poi c'è un'altra pratica devastante...
Quale?
Quella di usare il moralismo come arma politica al fine di delegittimare l'avversario.
Proprio adesso che i Ds sono in difficoltà?
La farina del diavolo finisce sempre in crusca.
Nel senso?
Nel senso che i risultati politici ottenuti agitando la questione morale conducono alla sconfitta di tutti, perché rappresentano una sconfitta della politica in quanto tale. Bisogna confrontare idee e programmi piuttosto che rinfacciarsi reciprocamente la custodia di scheletri nell'armadio. Lo ha scritto molto chiaramente Angelo Panebianco alcuni giorni fa sul "Corriere della Sera". Di questo passo si arriva davvero alla sovranità sotto tutela. Oggi sono i Ds a sperimentare, a loro spese, la sorte della farina del diavolo.
Scalfari su "La Repubblica" parla di un Berlinguer di nuovo «attuale».
Lasciamo perdere. E' proprio da quegli ambienti, quelli del neoazionismo e dell'antifascismo in servizio permanente effettivo, che è venuta la deriva moralistica della politica. Il tragico errore dei Ds è di essere stati al gioco e di aver assecondato Scalari sperando poi di passare all'incasso politico. Per chi veniva dalla scuola comunista, quella della spregiudicatezza leninista e togliattiana, era un gioco pericoloso. E oggi la contraddizione è esplosa. Non poteva essere altrimenti. Così i vertici dei Ds si vedono adesso trattati da Scalari come scolaretti che avrebbero dimenticato la lezione del "moralismo" berlingueriano. Nessuno ricorda che questa storia della "diversità" comunista in fatto di morale è una leggenda a cui possono credere solo gli ingenui o i poco informati.
A cosa si riferisce?
A tante cose. Ad esempio a quando, negli anni Cinquanta, dalle colonne del "Meridiano d'Italia", denunciammo per primi il sistema delle "provvigioni" che le società controllate dal Pci ottenevano attraverso l'import-*export tra l'Italia e i Paesi dell'Est. Come crede che Botteghe Oscure abbia potuto mantenere, per decenni ,il suo mastodontico apparato politico, solo con le salsicce e il Lambrusco venduti ai festival dell'Unità?
Torniamo all'oggi.
Nell'immediato abbiamo la scadenza della Conferenza programmatica di An. Ritengo che sia un appuntamento cruciale per prepararci alla campagna elettorale e per mobilitare tutte le energie del partito. Occorre rilanciare sia l'identità sia la capacità progettuale di An, traducendo in consenso politico ed elettorale la grande credibilità che si è realizzata attorno al leader della destra, Gianfranco Fini. E tutto questo non solo per le sorti del partito, ma per quelle più generali dell'Italia. Un Paese moderno ha bisogno di una destra sempre più coesa, autorevole e riformatrice.

Aldo Di Lello

da il "Secolo d'Italia 3 gennaio 2006 pag.3"...