Senatore Franco Servello
 
12-01-2006
FOIBE, GIUSTIZIA DOPO SESSANT’ANNI
Il prossimo 8 febbraio Carlo Azeglio Ciampi conferirà la medaglia d’oro al valor civile a Norma Cossetto, giovane studentessa istriana infoibata nel 1943

L’8 febbraio, in occasione della Giornata della Memoria (che si celebrerà il 10 in tutta Italia) il presidente Ciampi riceverà al Quirinale Licia Cossetto e le consegnerà la medaglia d’oro al valor civile conferita a sua sorella Norma, una delle vittime della “pulizia etnica” titina in Istria.
La prima volta, in sessant’anni, che l’Italia assegna una medaglia d’oro al valor civile a uno, anzi a una, delle migliaia di martiri delle foibe. Il gesto, voluto da Carlo Azeglio Ciampi su preciso suggerimento del senatore Franco Servello, ha mitigato lo sconforto e la tristezza nella quale vivono da sempre centinaia di migliaia di profughi delle terre italiane incamerate dalla Jugoslavia di Tito e poi “passate” in eredità alla Slovenia e alla Croazia. Ne è la più toccante testimonianza la commozione con la quale mi accoglie, nella sua casa di Ghemme, in provincia di Novara, la professoressa Licia Cossetto, sorella della martire istriana. «Desidero esprimere anzitutto la mia gratitudine al senatore Franco Servello, l’unico esponente politico che si sia veramente preso a cuore la questione ed abbia concretamente operato per rappresentare al Quirinale l’importanza e il profondo senso morale dell’evento».
Va detto anche che ci voleva un presidente della Repubblica della statura di Carlo Azeglio Ciampi per valutare nel suo giusto metro il significato della concessione della massima onorificenza al valor civile a una vittima della violenza comunista. Per limitarci soltanto ad alcuni nomi, e anche per farla breve, Pertini, più che per medaglie d’oro alle vittime, era solito adoperarsi per il conferimento di pensioni Inps ai loro carnefici, come fece a favore di uno degli autori della strage di Porzus.
E quanto a Oscar Luigi Scalfaro, novarese come di fatto la professoressa Cossetto, quando il compianto conte Gualtiero Pollesel di Tournai, rappresentante a Novara del Movimento Nazionale “Istria Fiume Dalmazia” e recentemente scomparso, gli chiese di conferire l’attesa onorificenza alla memoria di Norma Cossetto, non si degnò neppure di rispondergli. Queste cose, che Licia ci racconta con la voce incrinata dallo sdegno, le scriviamo con pacatezza, sine ira ac studio, sebbene l’istinto ci suggerirebbe diversamente. Evitiamo anche di riportare i giudizi di profonda disistima che la professoressa Cossetto pronuncia nei confronti dei massimi esponenti della Democrazia Cristiana, che per decenni hanno fatto finta di niente e, di fronte alle sofferenze degli esuli giuliani, istriani e dalmati si sono girati dall’altra parte. Solo arrivata alla soglia degli ottant’anni, la signora ha avuto la gioia di partecipare all’intitolazione di due strade al nome di Norma Cossetto in due città italiane. «La prima volta», ricorda, «fu all’Aquila, per merito di Maria Luisa Aniceti e Livio Gobbo, di Alleanza nazionale, la seconda tre anni e mezzo fa a Trieste, grazie al sindaco Di Piazza, di Forza Italia. E pensare», rievoca con un velo di tristezza, «che, per i suoi straordinari meriti culturali, a Norma era stata conferita la laurea honoris causa alla memoria dall’Università di Padova, per volontà del rettore magnifico professor Concetto Marchesi, illustre esponente del Pci».
«Signora Cossetto», la interrompo, «è una vecchia storia: anche tra i comunisti vi sono dei galan-tuomini». Quando le chiedo di narrarmi la vicenda della sorella, stanca e triste mi porge un documento scritto. È la ricostruzione del calvario di Norma fatta anni addietro da un prete, don Flaminio Rocchi, anch’egli profugo istriano, che aveva raccolto le confidenze e, in alcuni casi, le confessioni di persone del posto. «Norma Cossetto», scriveva don Rocchi, «era una splendida ragazza di 24 anni di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l’Università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i Comuni dell’Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo “L’Istria rossa” (nel senso della terra rossa per la bauxite). L’8 settembre l’esercito italiano si era dissolto e a Santa Domenica, come in tutte le altre città e paesi dell’Istria, avevano fatto la loro comparsa bande titine, giunte dalla Jugoslavia, appoggiate da elementi comunisti italiani del posto. Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto sparando all’impazzata e razziando ogni cosa. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nell’ex-caserma dei Carabinieri di Visignano, dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la portarono nella ex-caserma della Guardia di Finanza a Parenzo, assieme ad altri parenti, conoscenti e amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Umberto Zotter e altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. «Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte nella scuola di Antignana, dove ebbe inizio il martirio di Norma. Fissata a un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi ed esaltati. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà. Poco più tardi, Norma veniva gettata nuda nella foiba di villa Surani, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani che l’avevano preceduta dopo aver subito inenarrabili tormenti».
Finisco di leggere. Dopo un attimo di silenzio, Licia Cossetto aggiunge altri particolari strazianti. Due giorni dopo fu assassinato suo padre, Giuseppe, che a Trieste, dove si era recato per lavoro, aveva appreso la notizia della cattura di sua figlia e si era precipitato a Santa Domenica, assieme a Mario Bellini, suo cugino d’acquisto e padre di una bambina di due anni. «Papà», racconta Licia, «era stato segretario politico per tanti anni, era commissario governativo delle Casse Rurali, era stato podestà a Visinada ed ufficiale della Milizia. Aiutava la gente, specie nelle emergenze, perché era l’unico ad avere l’automobile. Con la falsa prospettiva di poter incontrare Norma, furono attirati in un’imboscata. Nostro cugino Bellini cadde sotto i proiettili, mentre papà, rimasto ferito, venne finito con tre coltellate inflittegli da un tale di Castellier, a cui pochi mesi prima lui aveva salvato la vita, portandolo in ospedale per un intervento urgente. Desidero aggiungere che alcuni di quei criminali sono tuttora vivi e vegeti, nessuno li ha mai processati e vivono con la pensione erogata dallo Stato italiano».
Licia e sua madre Margherita si salvarono fuggendo a piedi verso Trieste assieme a una zia moglie di Eugenio Cossetto, un altro fratello del padre infoibato. Ma pochi anni dopo anche mamma Margherita morirà, stroncata dal dolore. Quanto a Licia, tornò sul posto dove avevano massacrato la sorella nei primi giorni di dicembre, allorché quelle terre erano passate sotto la giurisdizione dei tedeschi, che nel frattempo avevano occupato l’Istria. Non aveva che 19 anni, eppure trovò il coraggio di seguire i Vigili del Fuoco di Pola, nella pietosa opera di recupero dei corpi delle vittime. «Quella mattina, però», ricorda, «non trovai la forza di scendere nella foiba di villa Surani. Il maresciallo Mario Harzarich mi raccontò come avvenne il recupero della salma di mia sorella. Era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati, un pezzo di legno conficcato nella vagina e altre parti del corpo sfregiate. Fu nostro zio Emanuele Cossetto a identificare Norma. Riconobbe sul suo corpo varie ferite d’arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri. Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro».
La famiglia Cossetto fu tra le più colpite dalla violenza comunista. Oltre al padre e alla sorella, Licia perse, in quella strage, altri sette parenti. A Trieste conobbe un ufficiale pilota della Rsi che aveva combattuto con l’eroe Edoardo Visconti, levandosi in volo per contrastare i bombardieri alleati, si innamorò di lui e si sposarono. Ora Licia è vedova, attorniata dall’amore delle figlie e dall’affetto di tutta la comunità istriano-giuliano-dalmata per la quale Norma Cossetto è da sempre la personificazione stessa delle sofferenze di un popolo abbandonato dalla sua stessa patria, l’Italia. Per tutta la vita, Licia Cossetto è stata insegnante nelle scuole medie e per dodici anni direttrice didattica presso il consolato generale italiano di Ginevra. «Adesso», conclude, «vivo nel conforto della decorazione conferita alla memoria di mia sorella grazie all’instancabile e tenace azione di un grande uomo politico, Franco Servello, e al senso della patria di un grande presidente della Repubblica, e un po’ vivo anche nell’ansia del momento in cui sarò chiamata a Roma per la consegna della medaglia d’oro di Norma, la cosa più importante non solo della mia vita, ma anche della memoria di tutti gli esuli e delle loro famiglie».
«Io rispetto tutti i morti di qualunque appartenenza o ideale, però avrei voluto che rispettassero anche i nostri. Da queste parti ancora si sa qualcosa, ma il resto d’Italia è all’oscuro. Io vivo in Piemonte e nessuno è a conoscenza di quanto accadde. Da insegnante posso attestare come nessun libro di scuola abbia mai parlato delle nostre tragedie. Hanno dato medaglie a bizzeffe in questi anni… non pretendo medaglie, ma almeno un ricordo, invece niente, niente, niente...».

di LUCIANO GARIBALDI
da il “Secolo d’Italia” di giovedì 12 gennaio 2006...