Senatore Franco Servello
 
19-05-2006
SOGGETTO UNITARIO, BASTA INDUGI
Che fine ha fatto il soggetto unitario del centrodestra? Un anno fa sembrava cosa imminente. Passammo l’estate scorsa a seguire alcuni megaconvegni, densi di dotte relazioni, nei quali si annunciava il lieto evento. Venne persino disegnato il Pantheon dei Padri Storici con l’immancabile Carta dei Valori. Poi la Cosa Moderata venne messa in standby perché era nel frattempo cominciata la più adrenalinica (o quasi) campagna elettorale della storia repubblicana. E ora? L’idea – a quanto ne sappiamo – rimane in piedi. Però nessuno, al momento, pare seriamente intenzionato a prendere l’iniziativa. Non è il caso di darsi una mossa? La necessità di disarcionare al più presto Prodi e la sua variopinta nonché vorace compagnia di apparatchik non è una giustificazione sufficiente. È illusorio infatti prevedere che lorsignori si schioderanno facilmente dagli scranni che si accingono a occupare, anche se lo spettacolo che stanno già fornendo all’opinione pubblica non è davvero dei più edificanti: tra i maggiorenti del centrosinistra infuria la guerra delle poltrone, con D’Alema imbufalito, Rutelli stizzito e Fassino infastidito.
Ma non sarà un’operazione semplice rispedirli prematuramente all’opposizione. Sulla prima e sulla terza carica dello Stato sventola la bandiera rossa. I moderati che hanno votato centrosinistra seguiranno attoniti queste prove tecniche di regime tecnocratico in salsa zapaterista, marxista e ciellenista. Però chi ci assicura che le famose contraddizioni esploderanno di qui a breve? Il centrodestra si sta dispiegando in ordine di combattimento, consapevole di rappresentare la metà più evoluta e dinamica del Paese. “Non passeranno! ”. “Gli faremo vedere i sorci verdi! ”. Li aspettiamo al varco della Finanziaria». Sarà presto, con ogni probabilità, dura opposizione sociale, oltreché politica. Siamo pronti all’aspro cimento. Stiamo già lucidando la sciabola. Però non basterà. Rendiamoci conto che non siamo più al governo. Occorre nuovamente entrare nell’ordine d’idee di dover costruire un’alternativa. E bisognerà costruirla nella società, prima ancora che nei Palazzi. Questo significa che non è sufficiente l’azione tattica. C’è necessità di un pensiero strategico. Ebbene, un soggetto unitario del centrodestra rappresenta, al momento, l’unica prospettiva di ampio respiro che si offre all’opposizione. L’unica prospettiva che può segnare il tante volte invocato ritorno alla politica, a una politica che sia capace di rinnovare se stessa e di offrire una proposta complessiva e convincente alla società. Ma occorrono due condizioni:
a) liberarsi dal tatticismo; b) cominciare a lavorarci da subito, senza aspettare quello che combineranno gli avversari: lo faranno o non lo faranno il mitico partito democratico? Pare che non siano più d’accordo nemmeno sul nome: Fassino lo chiama “Grande Ulivo” in polemica con Rutelli. Affari loro. Non è un caso se in un momento di grande agitazione come questo, con l’adrenalina ancora in circolo, la sollecitazione a riprendere il discorso sul partito dei moderati venga innanzi tutto dalle forze culturali. L’invito è a guardare lontano. È quello che ha scritto Gennaro Malgieri in un lucido intervento uscito l’altro giorno su Libero: «L’orizzonte è quel partito unico nazional-conservatore o, per capirci meglio, dei moderati, al quale, senza incertezze, i soci che hanno convissuto, talvolta tra diffidenze e con qualche asprezza di troppo, per cinque anni nella Casa delle libertà hanno il dovere di mettere mano per rispondere fattivamente all’altra Italia che oggi soltanto formalmente può considerarsi emarginata». È doveroso inseguire l’obiettivo di dare la spallata a Prodi quando le crepe del centrosinistra si renderanno vistose. È necessario anche mantenere viva quella passione politica che si è risvegliata tra l’elettorato di centrodestra durante la campagna per le politiche. Ma il grido “Prodi vattene! ” non può rappresentare l’unico motivo d’aggregazione e di mobilitazione della Cdl uscita dalla prova delle urne. C’è bisogno di rendere più solido il radicamento all’interno della società italiana. Il blocco sociale che ha votato centrodestra deve poter disporre di un soggetto politico nuovo, un soggetto maturo, capace di farsi ascoltare in profondità e di indicare nuovi traguardi valorizzando l’esperienza delle battaglie condotte gomito a gomito dai partiti della coalizione in tutti questi anni.
Solo così l’alternativa di governo sarà credibile e il lavoro dell’opposizione più fruttuoso. Osserva ancora Malgieri: «... Ma se il centrodestra ha un senso, se la sua vocazione è quella di non esaurirsi in un cartello occasionale e pensarsi, invece, come un vero e proprio soggetto unitario in grado di elaborare un progetto d’ampio respiro per gli anni che verranno, allora il guado (dell’opposizione ndr) sarà più agevole da attraversare e la conquista dell’altra sponda non potrà essere considerata, neppure dal più pessimista, alla stregua di un miraggio».
I mesi che ci aspettano saranno cruciali per il futuro del centrodestra. È giusto tenere su di giri il motore, ancora caldo, del consenso. «La campagna elettorale – osservava ieri Renzo Foa su il Giornale – non ha solo risvegliato un’area moderata considerata in sonno, ha avuto anche l’effetto di costruire un inedito spirito di partecipazione e di presenza». Sarebbe però un errore continuare a sentirsi in campagna elettorale anche dopo il 28 maggio, giorno delle consultazioni amministrative, primo importante test dopo la “battaglia” delle politiche. Questa inedita voglia di partecipazione politica richiede risposte più complesse e più sofisticate dei, pur legittimi, slogan antiprodiani. Sarebbe un peccato sprecare questo risveglio d’interesse popolare senza provare a mettere in moto un ambizioso processo di costruzione politica.
E questo va detto senza nulla togliere all’enorme forza di trascinamento messa in campo da Berlusconi prima e dopo le elezioni. Il leader di Forza Italia rimane una straordinaria risorsa per il centrodestra. Ma bisogna pensare al futuro.
L’invito a guardare avanti viene anche dalla rivista di cultura politica Ideazione. Scrive Domenico Mennitti: «“Questa” destra, che il Cavaliere ha creato e reso protagonista, ha bisogno di uomini attrezzati a condurre battaglie di valori, perché forte è diventata la loro domanda. La risposta che attendiamo è di capire se Berlusconi debba essere considerato protagonista del suo tempo o anche l’apripista del futuro ». Non è tempo di raccolto ma di semina. «La soluzione ottimale – osserva Giovanni Orsina, sempre su Ideazione – sarebbe dunque se il Caimano si decidesse infine a trasformarsi in castoro, e a passare alla storia non soltanto come lo straordinario leader di una guerra di movimento, sempre pronto all’assalto alla baionetta, ma pure come l’edificatore di casematte politiche e culturali capaci di vivere e fruttificare anche senza di lui». Vale solo la pena di precisare che un tale compito di costruzione non spetta solo a Berlusconi, ma in modo particolare a Fini e a Casini. E non c’è dubbio che tale operazione assegni soprattutto ad An l’onere di mettere a disposizione di tutto il centrodestra il valore aggiunto del proprio radicamento storico e del proprio, ingente, patrimonio culturale. Proprio a un partito dall’identità forte come quello della destra spetta di dimostrare come il bagaglio di ideali e di valori non vada semplicemente esibito come un segno di riconoscimento o un logo mediatico, ma che sia il motore di una trasformazione. Gli ideali vanno realizzati, non solo proclamati. Bisogna produrre nuova storia, non solo ricordare quella passata, in un presente incapace di aprirsi al futuro. Forse, se ha senso parlare di declino italiano, tale nozione non va applicata all’economia o alla società (l’Italia rimane un paese vitalissimo), ma piuttosto alla politica, una politica agorafobica e nostalgica, dove ciascun soggetto ha la sua età dell’oro (che poi, nella realtà, non mai stata tanto dorata) da rimpiangere. Lo scomposto spettacolo mostrato dagli uomini del centrosinistra in cerca di scranni, poltrone e strapuntini è l’ennesima dimostrazione di una particolarissima malattia politica italiana: i cimeli del Novecento sono ridotti a “marchi” che segnano tribù in perpetuo conflitto tra loro.
Oggi i dirigenti del centrodestra hanno l’opportunità di dimostrare che un’altra politica è possibile. Non sprechino l’occasione. Non ha molto senso issare bandierine sulla vetta. Il vento se le porta via, prima o poi.

di Aldo Di Lello

da il “Secolo d’Italia” di domenica 14 maggio 2006...