Senatore Franco Servello
 
25-05-2006
MONTENEGRO: ORA E' INDIPENDENZA
La Serbia ha dovuto accettare l’esito del referendum che segna la fine dello Stato unitario tra repubbliche ex-jugoslave. Uno scenario dalle molte incognite

L' ex-Jugoslavia ha partorito un nuovo Stato, il sesto: il Montenegro. Un evento, per la verità, accolto con poco entusiasmo dalla comunità internazionale e dall’Unione europea in particolare, impegnata, con soldi e soldati, nel difficile obiettivo di stabilizzazione dei Balcani che, ancora una volta, non smentiscono il sinonimo di conflittualità endemica che li ha consegnati definitivamente alla storia.
Se è vero che dobbiamo prendere atto della volontà, sia pure di misura e in un contesto che si presta a diverse critiche, del popolo montenegrino di recidere gli ultimi, e per molti versi fittizi legami che la univano alla Serbia in una federazione artificiosa, tuttavia è innegabile che le scelte fatte a Podgorica complicano e non di poco il quadro balcanico. Introducendo un nuovo elemento di tensione in un quadro ancora tutto da definire.
Con il Montenegro l’Italia ha vincoli ed interessi di antica data. Rafforzati dal ricordo che la Regina Elena era una Pietros Njegos, la Casa regnante del paese sino alla fine della prima guerra mondiale, quando pose fine alla sua indipendenza, proclamata nel 1872 a Berlino, aderendo alla Jugoslavia monarchica. Ci sono quindi tutti i presupposti per una collaborazione con il nuovo Stato, che si trova sulla sponda opposta del comune Adriatico, utile all’Italia quanto necessaria al Montenegro. Resta da vedere come si muoverà il presidente Djukanovic, che con tenacia ha guidato il processo secessionista portandolo a compimento. Il Montenegro è un altro dei micro stati, sparsi nel mondo, le cui capacità di esistenza economica sono molto esigue e problematiche.
L’unica risorsa attiva è l’alluminio, che copre l’ottanta per cento delle esportazioni, sfruttate dalla società Kap, che i russi porrebbero acquistare. Ma c’è una risorsa potenziale di grande importanza, ed è il turismo. Se Djukanovic riuscirà a fare del Montenegro una specie di Monaco a più grande dimensione territoriale avrà vinto la sfida. Ma i presupposti fondamentali per il perseguimento di quest’obiettivo sono in particolare due: una politica di pace e di cooperazione con i vicini, la Serbia in particolare; la rottura chiara e ferma con i traffici criminali.
È cosa fin troppo nota che nel passato ci sono state aspre polemiche in campo giudiziario tra Roma e Podgorica, con ricadute anche all’Ue. Il Montenegro, con la complicità o il tacito assenso delle autorità locali, lo stesso Djukanovic è stato chiamato in causa, è accusato di essere un santuario della criminalità organizzata e il terminale di una “filiera” di contrabbando e di traffici illeciti che, provenienti dal Levante, passando per i Balcani, sbocca nell’Adriatico di fronte a noi. Coinvolgendo direttamente l’Italia.
Il nostro interesse è quello che sia fatta chiarezza su questo punto fondamentale. Quello che il Montenegro sia uno stato democratico quanto alle istituzioni, credibile nella sua economia e nelle sue strutture, libero da qualsiasi condizionamento criminale. Soddisfatte queste esigenze di base, e la linea di credito verso Djukanovic è aperta, l’Italia ha tutto l’interesse, questa era la linea dell’ex-ministro degli Esteri Fini, ad assistere il nuovo Stato verso un pur difficile e differito nel tempo ingresso nell’Unione Europea e, a tempi più ravvicinati, nella Nato. Vi è ragione di ritenere che il cambio alla Farnesina non dovrebbe modificare questa politica.
Le riserve verso l’indipendenza del Montenegro, già chiaramente espresse dal precedente governo, non nascevano da considerazioni preconcette ma da un’analisi, in chiave europea, della complessità della realtà dei Balcani quale si era determinata agli inizi degli anni Novanta con la dissoluzione della Jugoslavia titina, e dei sanguinosi conflitti che ne erano seguiti. Durante tutta la guerra fredda, l’Europa, in ragione dello sbarramento rappresentato dalla Nato e dell’equilibrio del terrore, era stata risparmiata dalle guerre e guerriglie che infuriavano in Asia, Africa ed America latina. I conflitti, con motivazioni etnico\nazionaliste e religiose, si sono riproposti nel nostro continente proprio nei Balcani, a ennesima conferma di un altro fallimento del comunismo, questo in versione titina. Quello riguardante l’incapacità e l’impossibilità di risolvere con il marxismoleninismo le questioni nazionali. Nell’Urss come in Jugoslavia, queste sono state ibernate e la fine del comunismo le ha scongelate con tutte le conseguenze che ne sono derivate.
Nel caso che ci riguarda, l’indipendenza del Montenegro è l’ultimo atto, ma rischia di non essere quello definitivo, di un processo di dissoluzione dell’edificio jugoslavo, che l’Italia non aveva alcun interesse a favorire, con una netta inversione delle tendenze storiche. La prima versione della Jugoslavia, quella del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, fu voluta da Francia e Gran Bretagna in funzione antitaliana. Con le tensioni alla nostra frontiera orientale e l’impresa dannunziana di Fiume. La seconda versione fu quella nata dall’insurrezione comunista di Tito, a conclusione della seconda guerra mondiale. Anche in questo caso - ma in chiave ancor più grave in considerazione della perdita dell’Istria e delle città dalmate - una costruzione antitaliana.
Ma, morto Tito, crollato il comunismo, avviato con decisione il processo d’unificazione dell’Europa, le ragioni che ci avevano portato ad avversare la Jugoslavia venivano meno. Al contrario, avevamo l’interesse opposto, tesi questa portata avanti dall’allora ministro degli Esteri De Michelis e sostenuta a Belgrado dall’ambasciatore in carica Sergio Vento.
Le spinte centrifughe, sostenute per quanto riguarda Slovenia e Croazia dalla Germania e in una certa misura dal Vaticano, all’interno della Federazione provocarono la reazione dei serbi, che pretendevano di salvare la Jugoslavia, ma sotto la loro egemonia. Il che, evidentemente, non era accettabile in quanto la nuova Federazione doveva nascere dal consenso e non dall’imposizione. Le guerre intraprese da Belgrado prima contro gli sloveni poi contro i croati e infine contro i bosniaci fecero naufragare questo progetto di Milosevic, che con gli accordi di Dayton del 1995 accettava una nuova definizione dello status balcanico con la Federazione bosniaca (a tre componenti) che si aggiungeva alle altre entità statali indipendenti dell’ex Jugoslavia: Croazia, Slovenia e Macedonia. Perduta la Jugoslavia, Milosevic, inizialmente sostenuto dal montenegrino Djukanovic, giocava un’altra carta perdente: la Grande Serbia. Con un seguito di nuove guerre e massacri.
La repressione in Kossovo determinava il distacco di fatto del Montenegro dalla Serbia, e quando la Nato attaccò Belgrado nel 1999, Djukanovic già da due anni aveva rotto con Milosevic. La Jugoslavia, versione “mini”, sopravvisse sino al 2002, quando i nuovi dirigenti serbi, che avevano assunto la disastrosa eredità di Milosevic sconfitto, sottoscrissero una nuova Federazione denominata appunto di Serbia e Montenegro. Quella che ha cessato di esistere ora, domenica scorsa.
Una federazione che era nata morta ed era stata dettata dalla volontà europea di realizzare un compromesso che attenuasse il senso di frustrazione della Serbia, nei fatti amputata del Kossovo. Ma si trattava di due entità con due banche, due monete, due sistemi doganali, due diversi inni, due stemmi, due ministeri degli Interni. Restavano in comune (oltre la lingua e la religione ortodossa), ma in modo molto ambiguo, Esteri e Difesa. La riserva delle parti contraenti di poter indire nel 2006 un referendum secessionista, cosa che ha fatto ora il Montenegro, già rivelava la fragilità della nuova costruzione. L’Ue, decretando, ma piuttosto arbitrariamente, lo sbarramento del 55 per cento dell’approvazione alla secessione, ha cercato invano di bloccare il processo.

di GIORGIO TORCHIA

da il "Secolo d’Italia" di mercoledì 24 maggio 2006...