Senatore Franco Servello
 
31-05-2006
SARA’ FUGA DA BAGHDAD, MA A KABUL…
L’Iraq ed ora anche l’Afghanistan sono due mine sull’accidentato terreno su cui cammina faticosamente il governo Prodi. Il Ministro Parisi recatosi a Nassyria non ha voluto pronunciarsi sul calendario del ritiro, rimandando tutto alle decisioni di Palazzo Chigi che a giugno dovrà affrontare il rifinanziamento della missione Antica Babilonia. A sua volta, D’Alema ribadisce per quanto riguarda l’Iraq il ritiro nei tempi tecnici necessari ,ma avanza riserve sulla fase due della missione, quella delineata dal governo Berlusconi, che prevede un impegno civile per la ricostruzione, con la necessaria protezione militare per gli operatori.
Il nuovo Ministro degli Esteri che, nei prossimi giorni si recherà a Washington, cerca di mandare messaggi rassicuranti agli alleati ed alla comunità internazionale. L’Italia, afferma, non intende disimpegnarsi dalle missioni di pace e lascia intendere di non voler adottare la “Dottrina Zapatero”. Ma D’Alema e con Prodi, la Margherita, cioè la cosiddetta ala moderata del centrosinistra, debbono fare i conti con le pressioni dell’ala radicale che va, passando per i Verdi, da Bertinotti a Diliberto. Che invoca il ritiro immediato non solo dall’Iraq, ma anche dall’Afghanistan.
La strategia che sta emergendo da parte del governo è quella di mollare sull’Iraq , anche per quanto riguarda la missione civile, per resistere, invece, sull’Afghanistan. Anche se la grave situazione determinatasi a Kabul, e la più generale evoluzione della situazione afghana, caratterizzata da una crescente” irakizzazione”, offrono pretesti ai due partiti comunisti, ed ai verdi\rossi, per argomentare che ci sono le ragioni per ritirare i nostri soldati anche da questo paese.
Il prossimo dibattito parlamentare, preceduto dalle decisioni che assumerà il governo consentirà di valutare in che misura il compromesso che sta alla base del governo Prodi reggerà alla prova irachena e se effettivamente Bertinotti, Diliberto e compagni vorranno premere l’acceleratore sull’Afghanistan. Pur essendo convinti che le contraddizioni di base in materia di politica estera della coalizione restano delle mine a tempo, che prima o poi esploderanno, vi è da ritenere che in questa fase il collante del ritrovato potere funzionerà.
Il governo Berlusconi, del resto, ha lasciato in eredità un piano di ritiro dei nostri soldati dall’Iraq che doveva concludersi entro la fine dell’anno e già con il mese che sta entrando i nostri soldati sarebbero stati ridotti a 1.600. Il problema, quindi, non è più il ritiro, ma come attuarlo con dignità, rispettando le consultazioni con gli alleati, gli impegni presi e come preservare una nostra attiva presenza in Iraq con le necessarie garanzie di sicurezza. Ed è questa la preoccupazione di D’Alema che vuole presentarsi a Condoleeza Rice non come un emulo di Zapatero. Vedremo come sarà definito il nuovo calendario iracheno e quali concessioni saranno fatte ai fautori del ritiro immediato, senza se, e senza seguiti.
Il caso dell’Afghanistan si presenta, invece, molto più complicato e non può essere certo invocato l’aggravarsi della situazione, (che merita peraltro un approfondimento a parte per spiegarne le ragioni), al fine di giustificare un ritiro unilaterale che sarebbe una vera e propria fuga. Ancora ieri il Segretario della NATO, Hoop Scheffer, ha definito “assolutamente vitale”il successo della missione in cui è impegnata l’ISAF, la forza dell’alleanza che sotto l’egida dell’ONUI sono impegnati anche i nostri soldati. In Afghanistan si trovano tutte le ragioni invocate dall’opposizione di centrosinistra, oggi al governo, e non riconosciute nel caso dell’Iraq, che dovrebbero giustificare il nostro impegno militare. La copertura multilaterale rappresentata dall’ONU e, in subordine, dalla NATO. Lo stesso D’Alema si valse solo di quest’ultima per motivare la nostra guerra alla Serbia che non era certo né una missione di pace, nelle sue varie formulazioni.
Proprio l’impegno della NATO, per conto dell’l’ONU, pone i nostri soldati ad operare strettamente con i loro commilitoni di quei paesi, citiamo per tutti la Francia e la Germania, i cui governi si sono opposti all’intervento americano in Iraq. E che oggi non manifestano alcun dubbio sulla necessità ravvisata da Hoop Schffer. Ancora nei giorni scorsi, in Afghanistan sono morti due soldati francesi delle forze speciali, il che porta ad un totale di sette i caduti de l’Armèe in questo paese. Ma da Parigi non vengono segnali di sgomento o di fuga.
Senza i pretestuosi alibi invocati per l’Iraq, il centro sinistra dovrà affrontare la questione afghana, mettendo sul conto, su questo sono concordi gli analisti, un’ ulteriore “escalation” del livello di impegno militare della NATO. Al quale corrisponde la necessità, sottolineata dallo stesso segretario dell’Alleanza, di adeguare mezzi, uomini e strategia per impedire che i Talebani e Bin Laden si riprendano, nei fatti, Kabul. Vedremo quali saranno le prossime acrobazie politiche e diplomatiche di casa nostra.

di Giorgio Torchia

Da “Il Secolo d’Italia” di mercoledì 31 maggio 2006...