Senatore Franco Servello
 
05-06-2006
ECCO SU COSA VOTEREMO IL 25 GIUGNO: MODERNIZZARE O MENO LA NOSTRA DEMOCRAZIA
A molti è sfuggito il primo, autentico provvedimento del governo Prodi. Prima ancora di annunciare il ritiro dall’Iraq, di proclamare amnistie e grazie, di mobilitarsi per la cancellazione della legge Biagi e della riforma Moratti, c’è un’operazione apparentemente insignificante che i nuovi inquilini di palazzo Chigi hanno portato a termine nel silenzio più assoluto. Un semplice click, ed è stato cancellato dal sito web del governo il vademecum sul referendum del 25 giugno. Un’operazione da non minimizzare: nell’era di internet un colpo di mouse può avere effetti dirompenti. Provare per credere: la pagina dedicata al “Botta e risposta” sulla riforma della parte seconda della Costituzione non esiste più (www.governo.it/Riforme-Istituzionali/botta-risposta.pdf). Forse l’ex ministro delle riforme istituzionali, Calderoli, non sarà stato il più simpatico della storia repubblicana, ma da qui a negare ai cittadini l’opportunità d’informarsi su che cosa andranno a votare fra tre settimane, ce ne corre.
Tenendo fede al detto “ l’Informazione è potere”, caro al filosofo Bacone, lo staff di Prodi, nel dubbio, anziché aggiungere la propria voce a quella del centrodestra, preferisce lasciare una pagina in bianco sul sito istituzionale, cancellando le scarne informazioni disponibili su una consultazione della quale i cittadini sanno davvero poco.
“Sono modifiche che la stragrande maggioranza degli italiani condivide – spiega Nuccio Carrara, sottosegretario alle riforme istituzionali nel governo Berlusconi – quindi se gli italiani le conoscono, votano si senza incertezze. E se votano sì, per il governo Prodi sono guai”. L’esponente di An, che è siciliano e non “padano”, si batte da tempo per spiegare al popolo della destra che questa riforma è un bene per l’Italia. Tutta e non solo per il settentrione, come a sinistra vogliono far credere. C’è tanta confusione su questo referendum Sembra che interessi solo alla Lega, per quale motivo invece conviene a tutti gli taliani? L’accusa più ricorrente è quella di spaccare l’Italia, con la cosiddetta devolution. Intanto va spiegato che la devolution già esisteva per effetto della riforma Bassanini dell’Ulivo. Una legge piena di buchi e di contraddizioni, tant’che il contenzioso tra Stati e regioni è aumentato a dismisura. Questa riforma invece che cosa prevede? Abbiamo posto rimedio alla Bassanini inserendo garanzie per l’unità nazionale e per il federalismo solidale. Il filo conduttore, che prima non era previsto, è che il principio di autonomia non può e non deve prevalere sullo spirito di coesione e di solidarietà nazionale. Quindi il meridione non verrà penalizzato? Assolutamente no. Purtroppo sull’argomento c’è stato un avvelenamento dell’informazione da parte della sinistra. Si parla solo di devolution, quando la riforma prevede in effetti la modifica di 57 articoli della seconda parte della Costituzione, riguardante 50 disposizioni, ma senza toccarne i principi fondamentali, né ovviamente la prima parte relativa ai diritti e ai doveri dei cittadini. Senza addentrarsi negli aspetti tecnico-giu-ridici, quali sono le novità più importanti? Il primo ministro diventa più forte. Non è più ostaggio dei partiti. È lui a nominare o revocare i ministri. La fiducia al governo non viene data più dalle due Camere, ma solo dalla Camera dei Deputati, che si occuperà delle materie di esclusiva competenza dello Stato.
E il Senato? Avrà un altro ruolo. Si occuperà prevalentemente nelle leggi che potranno coinvolgere gli interessi delle regioni e delle autonomie territoriali. E proprio per questo sarà chiamato federale. Quali sono i vantaggi? La riforma snellisce le procedure di approvazione di una legge. Oggi le due Camere sono identiche e hanno identici poteri. Con la riforma, invece, non è più richiesta una doppia approvazione di Montecitorio e Palazzo Madama sull’identico testo, ma basterà il voto finale di un solo ramo per concludere l’esame di un progetto di legge. Ciò significa una riduzione notevole dei tempi di approvazione.
Alcuni esponenti della sinistra sostengono che questa divisione dei compiti potrebbe favorire conflitti di competenza tra i due rami del Parlamento...
I criteri per ripartire i provvedimenti legislativi tra Camera e Senato federale sono noti e sono rinvenibili anche nella giurisprudenza della Consulta. Eventualmente, nei casi più estremi e complessi si tratterebbe di conflitti comunque gestibili attraverso una speciale commissione mista di conciliazione, formata da deputati e senatori, per stabilire la competenza di uno dell’altro ramo.
Un altro aspetto che nessuno sottolinea abbastanza è la riduzione dei parlamentari. Alcuni editorialisti prestigiosi l’hanno definito un vero e proprio miracolo. L’impresa di approvare una legge che riduce del venti per cento i rappresentanti di Camera e Senato dovrebbe essere approvata a furor di popolo dai cittadini, ma la sinistra parla solo di devolution...
In termini economici anche un bel risparmio.... Non c’è dubbio. La Camera scende da 630 a 518 deputati, mentre gli inquilini di Palazzo Madama passano da 315 a 252 senatori. Inoltre la legge dovrà anche stabilire i limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate.
Infine, il presidente della Repubblica potrà attuali. A proposito del ruolo del Capo dello Stato, gli avversari della riforma parlano di un indebolimento del suo ruolo... Non è così. L’accusa di avere dato al premier, di fatto, il potere di sciogliere le Camere sottraendolo al presidente della Repubblica è infondato. Nel futuro assetto istituzionale, poiché la fiducia al premier e alla sua maggioranza sarà data direttamente dagli elettori, il decreto di scioglimento, che sarà sempre firmato dal capo dello Stato, potrà essere emanato o per la naturale scadenza elettorale oppure quando la maggioranza emersa dalle urne non sarà più in grado di sostenere il proprio premier e non saprà darsene uno nuovo. Eppure c’è diffidenza da parte di alcuni esponenti dell’Ulivo sull’accentramento dei poteri del presidente del Consiglio. Molti non sanno che i poteri attuali del premier sono quelli previsti da un regio decreto del 1876. Scritti, dunque, 131 anni fa. Rafforzando il ruolo del presidente del Consiglio facciamo diventare il nostro un Paese normale al confronto con le altre democrazie occidentali. Faccio un esempio: sa quanti premier ha avuto la Gran Bretagna in 283 anni? Solo 51. Esattamente tre in meno dell’Italia repubblicana. Per non parlare degli Stati Uniti, dove i presidenti sono stati appena 37 in 215 anni. È stata definita una legge epocale: in conclusione, può spiegare per quale motivo? Perché ridefinisce gli spazi di sovranità di Stato e regioni nel quadro del comune interesse nazionale; restituisce piena sovranità al corpo elettorale nella scelta di chi governa e nell’approvazione definitiva delle leggi costituzionali; snellisce il Parlamento e le procedure legislative; rafforza il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica e delle autorità indipendenti; contiene i costi delle Istituzioni e le rende più efficienti e competitive nel consesso internazionale. Per quale ragione votare sì il 25 giugno è un’occasione irripetibile? Perché questa maggioranza ha già dimostrato di non essere d’accordo su nulla, neppure sulla festa della Repubblica, dove alcuni ministri protestano e altri festeggiano. Come si può pensare che a una riforma così complessa possano mettere mano? Sarebbe ancora una volta lo status quo. Addio modernizzazione, addio avvicinamento alle altre grandi democrazie occidentali. Saremo condannati alla cronica instabilità e precarietà dei governi italiani. In cinquant’anni, vorrei ricordare a quanti lo avessero già dimenticato, tranne la parentesi felice del governo Berlusconi, la durata media di un esecutivo è stata di undici mesi. E un terzo dei governi non ha superato neppure i sei mesi. Alla sinistra va bene rimanere così? Agli italiani sicuramente no.

di Valter Delle Donne

da il “Secolo d’Italia” di domenica 4 giugno 2006...