Senatore Franco Servello
 
13-06-2006
SCENARI. BASTA CON LA TEORIA DELLA SPALLATA
n altro e nuovo centrodestra è possibile a patto che si smetta di aspettare Godot

Costruire l’opposizione. E, possibilmente, smetterla d’inseguire il sogno di una ”spallata” impossibile almeno in tempi brevi. Ostinarsi, da parte del centrodestra nel perseguire questa ipotesi, lo condannerebbe all’impoliticità più totale, alla rinuncia a costituirsi come alternativa al governo e alla maggioranza che lo sostiene, all’ammissione implicita di una debolezza progettuale che potrebbe avere effetti catastrofici a lungo andare. Perciò le parole di Gianfranco Fini, pronunciate sabato scorso a Santa Margherita Ligure, davanti alla platea dei giovani industriali, vanno considerate come una salutare inversione di tendenza nella strategia della Casa delle libertà che soltanto chi immagina vincente l’arroccamento attorno all’illusione della rivincita in tempi brevi e senza minimamente tentare l’attraversamento del deserto, può contestare con l’argomentazione che Prodi e i suoi, in ragione delle intime divisioni interne alla coalizione, avranno vita breve.
Se è incontestabile un eccesso di litigiosità o di incomprensione nella maggioranza, non vuol dire che dallo schieramento opposto ci si debba adeguare alla constatazione pura e semplice della “conflittualità permanente” attendendo un Godot che non s’è mai messo in viaggio peraltro. E’, invece, opportuno politicamente che il centrodestra ritrovi la coesione e lo spirito giusto per tentare di ristrutturarsi e rimodulare la sua proposta non sull’onda dei risentimenti (per quanto comprensibili), né dei possibili errori degli avversari, ma cercando dentro se stesso le motivazioni adeguate a rappresentare quella metà del Paese che in esso si è riconosciuto.
L’opposizione, come si sa, in democrazia è altrettanto importante delle forze che governano. In un sistema tendenzialmente bipolare come il nostro chi perde non perde tutto, ma guadagna il primato della rappresentanza degli “esclusi”, che non è poca cosa, visto l’esito elettorale. E allora sarebbe un errore trascurare di interrogarsi sul livello e sulla qualità di tale rappresentanza per concentrarsi sull’attesa della caduta che potrebbe non avvenire mai, almeno nelle forme in cui la immaginano settori consistenti della Cdl. L’orizzonte, insomma, non è l’improbabile domani, ma il certo 2011 quando si tornerà a votare per rinnovare il Parlamento. Se, nel frattempo, una qualche crisi dovesse manifestarsi in forme tali da giustificare l’abbandono da parte del centrosinistra, sarebbe bene non farsi trovare impreparati, ma questa eventualità non può assorbire i pensieri e l’azione politica del centrodestra dove la necessità di individuare percorsi soddisfacenti va facendosi di giorno in giorno sempre più assillante, come testimoniano un po’ tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa parte politica impaniata nelle infinite discussioni sulla leadership piuttosto che sui contenuti da dare alla sua opposizione. Questo è il punto. Non si può girare all’infinito intorno all’”enigma Bersconi”, a ciò che farà, quale sarà il suo ruolo nella coalizione, se preparerà o meno la successione ed esaurire risorse ed energie nel decifrare le mosse del leader che, con ogni probabilità, non sarà lui a guidare la coalizione alla scadenza naturale della legislatura. La questione, comunque, non è di poco momento. Poiché se Berlusconi è il “mastice” del centrodestra, come Prodi lo è del centrosinistra, è giusto quando ha rilevato Fini le citato intervento, è impensabile la transizione senza Berlusconi con un Berlusconi di traverso. Dunque è dal leader della Cdl che bisogna attendersi la prima mossa, concordata o meno con gli alleati, che vada nel senso del cambiamento e del rafforzamento della coalizione. Le due condizioni sono indispensabili per articolare un’opposizione efficace e non velleitaria o, peggio ancora, parolaia. Ma si concretizzeranno? Se devo essere sincero ho molta più fiducia in Berlusconi che comprende la complessità della situazione che nei plauditores zelanti, ma inefficienti, che gli fanno corona, che lo spingono a non mollare (che significa: eternizzare la sua leadership a prescindere?, che lo incitano a “tenere duro” tanto Prodi cadrà presto. E’ questo un modo di ragionare assurdo e se dovesse perdurare e prevalere, almeno in Forza Italia, condannerebbe la Cdl a una lunga stagione di subalternità, la ibernerebbe nel culto di un capo che ha ancora per fortuna una dinamicità tale da cavalcare gli eventi fino a convincersi che un altro centrodestra è possibile, se così posso esprimermi, secondo uno schema che lui stesso ha provveduto a elaborare e a portare all’attenzione: la costituzione di quel partito unico dei moderati, come altro lo si vuol chiamare, che catalizzerebbe le forze della Cdl attorno a un progetto condiviso a patto che alla sua definizione contribuiscano le più vaste rappresentanze della società civile, che nasca dal basso, insomma, e non sia un’operazione di maquillage approntata dalle momenklature dei rispettivi partiti.
Il partito unico è l’orizzonte sul quale situare un’opposizione concreta, costruttiva, efficace, propositiva, in Parlamento e nel Paese. Con un’appendice non trascurabile: in questa fase – che spero duri il meno possibile – le forze della Cdl devono necessariamente guardare dentro se stesse per decidere con convinzione dove devono andare. L’impressione che danno, al momento, è di incontestabile sbandamento. Comprensibile a fronte dei problemi che stanno di fronte ad esse. Ma le incertezze, le smagliature, le contraddizioni possono essere superate soltanto al loro interno. Finché avranno la capacità di esaminare con cura le criticità che si sono manifestate negli apparati e nelle classi dirigenti, nel rapporto con i militanti e con gli elettori, perfino con il loro mondo valoriale di riferimento, c’è la fondata speranza che “soci” della Casa delle libertà tornino a ragionare di politica nella prospettiva della riconquista del governo con le idee più chiare circa i destini comuni che si apprestano a vivere.
Al di là di questa prospettiva c’è ben poco. Ci sono i piccoli frazionati egoismi, ci sono le partite giocate da soli in un campo troppo grande per essere attraversato in lungo e in largo, ci sono i velleitarismi di chi immagina scenari dirompenti a detrimento non tanto della coalizione, ma della tenuta di quell’elettorato che comunque due mesi fa non ha abbandonato la coalizione che per cinque anni ha governato il Paese.
Diversamente da quanto accadde alla sinistra dopo la sconfitta del 2001, il centrodestra non ha bisogno di mobilitare piazze per ritrovare se stesso, Ha soltanto una disperata necessità di riprendere a ragionare di politica a un livello più alto del cortile domestico. Le occasioni non mancano: il partito unico, il dialogo sulle riforme (a prescindere dall’esito referendario), magari il varo di una stagione costituente (che rappresenterebbe il momento d’incontro per una ricomposizione civile delle fratture verificatesi in questi anni), la riflessione sui nuovi diritti e sulle nuove sovranità come segno di una cultura politica che si rinnova, la discussione (tutt’altro che accademica) su come l’Occidente si stia perdendo e su come i suoi valori stiano svaporando. Ce n’è di che occuparsi aspettando il fantasma di Godot. Basta volerlo, non per sopravvivere, ma per rinascere.

di GENNARO MALGIERI

Da “Il Riformista” di martedì 13 giugno 2006...