Senatore Franco Servello
 
16-06-2006
D’ALEMA A WASHINGTON, PAROLA D’ORDINE: SALVARE ALMENO LA FACCIA
D’Alema ha sempre auspicato che l’Italia diventasse un “paese normale”. Cioè un paese con istituzioni, vita politica, economica e sociale ispirate alla convivenza civile, alla modernità ed alla serietà. Ma le sue buone intenzioni si scontrano con una realtà, antitetica della quale egli è, comunque, uno dei più autorevoli protagonisti e registi. Così, oggi gli tocca di presentare a Washington, nei suoi colloqui con i dirigenti americani e con Condoleeza Rice in particolare, un paese, il nostro, che almeno quanto alla politica è tutt’altro che normale.
Considerando che egli è il Ministro degli Esteri di un governo di coalizione, è lecito chiedersi qual è la sintesi, anche rappresentativa, della politica internazionale che egli deve gestire e che illustrerà al Dipartimento di Stato, ma anche, ovviamente al contesto europeo. La sua esposizione alle Commissioni Esteri della Camera e del Senato offrirebbero la base su sui ragionare. Ma il condizionale è d’obbligo,considerando che la sua esposizione, sulla quale peraltro Fini ha contestato alcuni importanti punti di merito e di metodo, non è affatto condivisa dalla componente radicale dell’Unione. Rifondazione, (con qualche sfumatura tattica imposta dalla soddisfazione del ruolo istituzionale conquistato da Bertinotti), i comunisti di Diliberto ed i Verdi\rossi non sono d’accordo sulla gradualità del ritiro dall’Iraq e sul mantenimento dell’impegno militare in Afghanistan.
Se sul primo punto, l’Iraq, una volta messa in moto la macchina logistica che dovrà rimpatriare i 1600 soldati della retroguardia costituita dalla Brigata Garibaldi, vi è da ritenere che alla fine gli ululati degli estremisti diventeranno dei guaiti, sul secondo, l’Afghanistan è obiettivamente impossibile, a lume di logica, trovare una coincidenza tra quanto dichiara il responsabile della Farnesina e quanto affermano, in un pullulare di dichiarazioni, i rappresentanti dei partiti comunisti e affini. Del resto è normale, e serio, che un Presidente della Camera alla parata del 2 giugno ostenti lo stemma pacifista e fa sapere che il suo cuore stava con i manifestanti antimilitaristi, mentre il Vice Presidente del Consiglio Rutelli, per contro, proclamava di essere orgoglioso di presenziare alla sfilata dei nostri soldati? Non dubitando dell’intelligenza di D’Alema, riteniamo che egli, come noi, sia convinto che tutto questo proprio normale non lo sia.
Sull’Afghanistan, mentre Prodi resta sempre sul vago ed il suo ministro della Difesa Parisi ambiguo, il Ministro degli Esteri afferma che l’Italia non si ritirerà e non esclude di potere rafforzare la sua presenza. Restando però molto sul generico.I partiti che proclamano la necessità di un ritiro dall’Afghanistan e ritengono che la NATO sia un’alleanza inutile, superata e pericolosa,condizionano in modo determinante con il loro voto la vita di questo governo. Così è legittimo chiedersi quali sono i margini di manovra e di autonomia di D’Alema, pur mettendo sul conto quel che è concesso alla sceneggiata ed alla demagogia? E quali garanzie di serietà, non di fedeltà, il responsabile della Farnesina può dare agli alleati americani, ma anche a quelli europei?
Il dibattito in Parlamento ha confermato le valutazioni peggiori e vanificato le pur tenui speranze di dialogo che, in tema di politica estera, esistono nel centro destra in AN per la parte che ci riguarda in particolare. Ma D’Alema , proprio per gli equilibrismi che gli vengono imposti da chi poi lo definisce “neokabulista”, ha compiuto due passi falsi, costringendo prima Gianfranco Fini e poi Antonio Martino a polemizzare aspramente con lui, anche quando c’era una chiara disponibilità ad un confronto sereno. Il primo è la presunta esistenza di un accordo segreto tra Italia e Stati Uniti circa un mantenimento della presenza militare in Iraq, con la scusa di proteggere i civili destinati a portare avanti i piani di cooperazione per la ricostruzione. D’Alema ha ironizzato sul fatto che 800 soldati dovrebbero restare a proteggere 15 civili. In realtà,nessun piano preciso e definitivo era stato predisposto dal governo Berlusconi sul rapporto tra necessità di protezione e ragionevole dispositivo di sicurezza. E, secondo punto, documenti alla mano,Fini e Martino hanno potuto dimostrare che il Parlamento era stato informato, contrariamente a quanto sostiene D’Alema, sulle caratteristiche di una missione civile che imponeva un protezione militare.
E’ questo il prezzo che il Ministro degli Esteri paga ai suoi critici e ci mette sul conto anche un’ulteriore richiesta di chiarimenti sul caso Callipari, pur avendo l’assoluta certezza dell’inutilità di un passo del genere, che risponde solo alle richieste dell’antiamericanismo militante.
Il protocollo diplomatico e la realpolitik, fanno ritenere che la facciata, ma solo questa, delle relazioni Italia\Stati Uniti sarà salvaguardata, con riferimenti a quel che da mezzo secolo unisce Washington a Roma. In particolare all’euroatlantismo” che D’Alema scopre come una novità, ma che è stato l’asse portante della politica estera del governo Berlusconi e dell’impegno politico e personale del suo predecessore alla Farnesina.

di Giorgio Torchia

Da il “Secolo d’Italia” di venerdì 16 giugno 2006 ...