Senatore Franco Servello
 
22-06-2006
REFERENDUM E VALLETTOPOLI NON S’ILLUDANO, NEL GHETTO NON TORNIAMO
Quando ci spiegheranno chi decide (e in base a quali criteri) i tempi dei mandati di arresto per fatti legati alla politica. Quando ci spiegheranno perché certi giornali pubblicano stralci d’intercettazioni telefoniche e certi altri no. Quando ci diranno perché certi magistrati partecipano alle trasmissioni televisive mentre il caso a loro affidato è ancora caldo. Quando ci spiegheranno queste e tante altre cose, allora forse capiremo che cosa sta succedendo in Italia da qualche anno a questa parte.
Prima di allora, ogni congettura è possibile, possibilissima, direi quasi doverosa.
E allora proviamo un po’ a farne qualcuna, di queste congetture. Ecco la prima che ci salta in mente. Il meccanismo della giustizia a orologeria scatta contro la destra proprio nei giorni in cui la destra stessa è impegnata in una delle sue battaglie più belle e importanti degli ultimi anni: condurre in porto la riforma costituzionale. Convincere gli italiani ad andare a votare il 25 di giugno per il referendum confermativo. Spiegare che è un passaggio storico: per la prima volta, in quasi sessant’anni, cambiano la bellezza di cinquantasette articoli. Non è uno scherzo, perché le istituzioni potranno subire mutamenti sostanziosi e sostanziali. Fatto di non poco rilievo, tali cambiamenti trasferiscono nella Costituzione l’evoluzione della cultura politica italiana di questi ultimi tredici anni. Il premierato recepisce il modello del “sindaco d’Italia” : il governo decide e attua la politica nazionale. Il Parlamento controlla e approva le leggi. Niente più ribaltoni. Il popolo torna sovrano. E’ quello che la maggior parte del popolo italiano (di destra e di sinistra) chiede da tanto tempo. Stesso discorso per la devolution: l’esigenza del decentramento e dell’autogoverno in taluni servizi essenziali è una vecchia richiesta delle comunità locali. E non ci dilunghiamo sul significato della fine del bicameralismo perfetto.
Bé insomma, la destra è impegnata a spiegare all’opinione pubblica di essere quello che è e che forse qualcuno ha dimenticato: il partito della riforma e della modernizzazione istituzionale. Non è certamente la sola ad esserlo. Lo è insieme con i suoi alleati di governo. Però, con tutto il rispetto per i nostri amici della Cdl, noi ci battiamo per la nuova Costituzione da quasi trent’anni, fin da quando Giorgio Almirante lanciò la Campagna per la Nuova Repubblica. Non abbiamo ottenuto, è vero, il presidenzialismo che volevamo. Però il premierato va nella stessa direzione: rafforzare il momento della decisione politica e mette la parola fine ai riti della oligarchie di potere. Il premierato restituisce alla politica quel primato ( se non vogliamo usare questo termine, diciamo almeno “autonomia” ) che le spetta contro tutti quei poteri extra – politici (finanziari, editoriali, giudiziari e sindacali) che vorrebbero condizionarla, in una lunga teoria di micro – golpe bianche che hanno candito la vita politica dai tempi di Mani Pulite in poi ( e qui non si può dimenticare il clamoroso e grottesco avviso di garanzia arrivato a mezzo stampa a Berlusconi nel giorno stesso in cui, nell’autunno del 1994, inaugurava a Napoli il vertice Onu sulla criminalità). Ecco anche perché la sinistra si batte contro questa riforma. Di quest’eclissi della sovranità politica, le forze che fanno capo all’Unione ( non tutte, per la verità, ma sicuramente quelle trainanti ed egemoni) sono espressione, non foss’altro perché hanno tratto vantaggio dai vari momenti di “tutela” giudiziaria delle istituzioni. O perché hanno ereditato i vecchi apparati oligarchici ( da che parte sta Scalfaro e tutta la vecchia nomenklatura che ha sistematicamente sabotato ogni tentativo di riforma?) O perché sono diventate organiche all’establishment, accettandone la filosofia politica ( il moralismo è più roba anglosassone, protestante e nordeuropea, che non un’espressione della cultura storica di tipo mediterraneo e cattolico come quella che vige in Italia9.
Insomma, per farvela breve, in questi giorni di campagna referendaria la destra sarebbe in vantaggio e la sinistra in difficoltà. Deve, questa sinistra, spiegare ai propri elettori che usurpa il nome di “progressista” e che è invece “conservatrice” ( non nel senso nobile e burkeano del termine, ma in quello, più casereccio e strapaesano, dell’italico immobilismo).
Invece, che ti succede? Scatta, puntuale e micidiale, il meccanismo a orologeria. Uomini di destra finiscono nel tritacarne dei media e della limacciosa pubblicazione di limacciosi frammenti di conversazione telefonica. Il dibattito sul referendum perde i titoli di testa dei giornali. Sulla stampa quotidiana si scatenano le firme del bon ton radical – chic, i corsivisti coloriti e strafottenti. Le anime belle gonfiano il petto e alzano il ditino accusatore: “ Guai a voi, anime prave della destra postfascista!”. Si ripubblicano ingiallite fotografie in bianco e nero di quando la destra era il polo escluso, discriminato e perseguitato. Pensate, non hanno mai parlato bene del mondo missino come ne stanno parlando oggi. Vogliono insinuare il dubbio che siamo cambiati, che non siamo più gli stessi, che non siamo più “etici” come una volta, che abbiamo perso la testa e l’anima per qualche aspirante stellina e per un po’ di potere.
Tanti anni fa, ci ignoravano, o di additavano al pubblico ludibrio e coprivano quelli che assaltavano le nostre sedi o ci aspettavano sotto casa. Eravamo “pericolosi” perché ci sentivamo l’alternativa al sistema.
Il tempo è passato. E siamo naturalmente cambiati. Ci siamo evoluti, come si sono evolute tutte le famiglie politiche italiane. Però, evidentemente, ci considerano ancora “pericolosi”. In effetti, hanno ragione. Siamo, oggi, assai più “pericolosi” di ieri. Trent’anni fa, la nostra alternativa al sistema potevamo solo sognarla. Oggi la stiamo invece realizzando. Non è esattamente quello che sognavamo allora, però, a pensarci bene, è assai meglio.
In questi giorni, siamo vicini al nostro traguardo: cambiare la Costituzione equivale e entrare nella storia italiana dalla porta principale. Ecco perché ci stanno scatenando contro le loro legioni in toga e in grisaglia.

di Aldo Di Lello

Da il “Secolo d’Italia” di giovedì 22 giugno 2006...