Senatore Franco Servello
 
09-07-2006
MANTICA: "IN SOMALIA NON TUTTO E' PERDUTO..."
L’ex sottosegretario agli Esteri ricorda il significativo ruolo italiano nel processo di pace nel Corno d’Africa. Sottolinea che le Corti islamiche al potere a Mogadiscio non sono tutte radicali. E suggerisce alcune mosse.

Da sottosegretario agli Esteri con delega per l'Africa Alfredo Mantica è stato il protagonista dell'azione diplomatica svolta dall'Italia al fine di trovare una soluzione alla crisi somala e porre fine all'assurdo della nostra ex colonia unico paese a non avere più uno Stato.
Il processo di pace che è in corso in Somalia è il quattordicesimo dalla fine del regime di Siad Barre. E' cominciato sostanzialmente nel 2003, a Nairobi. E' è stato voluto fortemente dall'Italia. Soprattutto da me per il governo Berlusconi. Ci recammo negli Stati Uniti, ricorda il senatore Mantica, attualmente vicepresidente del gruppo di An e numero due della commissione Difesa, negli Stati Uniti a parlare con il Dipartimento di Stato nel momento in cui era appena iniziato l'attacco all'Afghanistan. Ricordo che la Somalia in quel momento era definita potenzialmente pericolosa, in quanto non essendoci uno stato poteva diventare una base operativa e di rifugio per quelli di Al Quaida che fuggivano dall'Afghanistan; poteva diventare un altro Afghanistan.
Gli americani non ritenevano in quel momento di compiere interventi di carattere militare. Noi concordammo di operare sul piano politico, su quello della ricostruzione delle istituzioni somale. Comunque la cosa non era in contraddizione con l'eventuale e potenziale intervento militare.

- I nostri interlocutori privilegiati chi erano in quel momento?
Gli africani. Noi iniziammo, da una conferenza dell''Igad, l'organizzazione regionale dei sette paesi del Corno d'Africa. E' l'IGADd, ancora oggi, ufficialmente investita del compito di coordinare tutte le azione che devono portare alla ricostruzione della Somalia. Il processo assomiglia molto a quello che noi avevamo realizzato in Mozambico.

- Ma in Mozambico era piuttosto semplice, perché c'erano due antagonisti il FRELIMO e la RENAMO..


Però il concetto fu uguale. Creare le condizioni affinché le parti in conflitto raggiungessero un accordo ed è quanto ha fatto l'IGAD. Il principio informatore è stato "la Somalia è un problema somalo" e che nessuno dei paesi dell'IGAD deve parteggiare per un delle fazioni. Devono, quindi, avere un obiettivo comune che è quello di costringere i somali a stare intorno a un tavolo e parlare. Sono stati poi coinvolti la Lega Araba, (lo Yemen ha un ruolo particolarmente importante) l'Unione Africana (UA) in quanto tale, l'Unione Europea e l'Italia come presidente dell'IGAD, cioè dei paesi donatori della Somalia. Alla fine arrivò anche l'ONU. che ha poi nominato un suo rappresentante speciale. Tutti con il ruolo di "garanti"
Il processo è stato lunghissimo, perché la prima fase, fino alla costituzione del governo transitorio, dura fino al 2005: c'è ora un parlamento somalo che è stato eletto su base dei clanica. Abbiamo riconosciuto i clan come l'unica organizzazione sociale somala. Questo processo ha portato ad un governo provvisorio e quindi alla costituzione di una sorta di Stato somalo federale incentrato su tre figure: il presidente della Somalia, eletto direttamente dal parlamento, il Presidente del parlamento eletto direttamente dallo stesso parlamento ed il primo Ministro nominato dal Presidente della Repubblica che ottiene la fiducia dal Parlamento.
Questo processo è continuato, ma il problema è sempre stato Mogadiscio. Per capirci, la Somalia è un paese profondamente agricolo e pastorale basato sul nomadismo, l'unica realtà, direi urbana, che può somigliare in certo modo alle strutture che noi conosciamo della civiltà occidentale, è Mogadiscio.
A Mogadiscio ci sono i porti, gli aeroporti e, in assenza dello Stato, un sistema privato che faceva capo ai "signori della guerra",i warlord ,di controllo di tutti i servizi.
E' ovvio che da sempre Mogadiscio ritiene di essere la Somalia, quindi il non essere riusciti ad arrivare a Mogadiscio ha, obiettivamente, indebolito il Governo transitorio.


- Uno dei tuoi ultimi atti gi governo è stato quello di visitare il governo provvisorio che da Nairobi si era trasferito a Johar, al Villaggio Duca degli Abruzzi Con l'occasione hai anche chiesto che venisse restaurato la tomba, abbandonata del Duca degli Abruzzi..

Si, io sono stato al Villaggio Duca degli Abruzzi, primo rappresentate occidentale, il 6 e 7 gennaio del 2006.. In tutto questo contesto gli americani hanno sempre tenuto un profilo bassissimo. Non si capiva mai se erano favorevoli al processo di pace, che peraltro non hanno mai ostacolato, ma che non hanno mai nemmeno aiutato.
Quanto alla tomba del Duca, effettivamente ho chiesto ed ottenuto che venisse posto fine all'incuria ed all'abbandono.

- Come spieghi questa prudenza o ambiguità americana?
Credo si possa spiegare con il fatto che gli americani, pur ritenendo che gli attentatori di Mombasa e di Nairobi venissero dalla Somalia erano convinti che ci fosse una presenza terroristica in tono minore. Inoltre l'inesistenza di uno Stato dà loro mano libera nella strategia antiterroristica. Hanno poi ha disposizione a Gibuti una robusta forza d'intervento .

- Gli americani effettuano periodicamente operazioni speciali per catturare i sospetti di terrorismo. Una specie di "free zone".
E' così. Pagavano qualche warlord che andava a scovare qualcuno della "lista nera" ; c'erano evidentemente forti presenze di intelligence americana in tutta la Somalia.
Questa situazione è continuata fino a quando gli uomini di Mogadiscio che avevano partecipato al processo di pace - i warlord di Mogadiscio erano ministri del Governo Ghedy - e quindi apparentemente facevano parte del processo stesso, hanno cominciato ad alzare il prezzo della loro presenza. Determinando la rottura.
C'è un particolare che secondo me è estremamente importante e può spiegare anche quello che è avvenuto: più di duecentomila somali sono emigrati negli Emirati Arabi Uniti e l'allora "business community" cioè la parte economica, la parte che comunque ha un suo mercato in Somalia, è stabilita negli Emirati Arabi Uniti. Era lai stessa che aveva bisogno di Mogadiscio per poter arrivare con le sue merci e suoi prodotti. Ma poi questo rapporto è entrato in crisi.

- Le alternative sarebbero ora i movimenti islamici......
Le alternative sono, secondo me, una variabile molto complessa: ci sono gli islamici dell'Al-Ittiad, una vecchia organizzazione terroristica somala, la "business community" ed una popolazione civile che è stanca non solo di guerra, ma anche da una città divisa fra le varie fazioni armate. Ricordo che a Mogadiscio c'erano tre aeroporti, c'erano due porti perché ogni fazione controllava una parte della città, una crisi economica e sociale che ormai aveva raggiunto livelli pazzeschi .La povertà e la miseria in Somalia soprattutto nelle città era e rimane molto forte. Diverso, in una certa misura la campagna, che è poi anche savana e foresta. Nel suo sistema agricolo-pastorale, la Somalia ha diciotto milioni di capi bovini. Considerato che sono nove milioni gli abitanti, avere due bovini a testa in Africa è quasi essere ricchi.


- Tornando agli Stati Uniti, come hanno seguito il processo di pace?
Gli americano quando si è verificata una situazione di stallo nelle trattative tra il Governo provvisorio e i warlord, temendo che questa situazione favorisse le fazioni islamiche, decisero, contro il parere di tutti i partecipanti al processo di pace, quindi dell'Unione Europea, dell'Unione Africana della Lega Araba, di noi Italiani, di risolvere la questione con l'opzione militare indiretta, armando i warlord . Iniziò, la guerra civile di Mogadiscio.

- Tu sei stato accusato di contrabbando d'armi.....
Mi hanno accusato di contrabbando d'armi per avere mandato, attraverso la stazione di Brindisi, che è una stazione di emergenza della cooperazione italiana, tende e attrezzature al governo provvisorio.
-
- Siamo alla trasposizione, con tutte le varianti del caso,. del vecchio detto arabo il nemico del mio nemico è mio amico......
Devo dire che l'attuale Presidente delle Corti Islamiche Ahmad Sherif, quello che viene giudicato dagli americani un pericolo pubblico e che figura nella loro "lista nera" è un grande nemico del Presidente del Governo provvisorio somalo Abdullah Yussuf. Costui, è notoriamente da sempre, invece, un amico dell'Etiopia. in questo caso direi anche un amico dell'Occidente. Sherif notoriamente è un nemico dell'Etiopia, quindi un nemico del Presidente Yussuf. Ne deriva un'alleanza di fatto con l'Eritrea che, a sua volta, è nemica dell'Etiopia. L'Eritrea è attivamente presente nella crisi somala.
Le nostre ex colonie dell'AOI sono un diventate sempre di più un bel groviglio di contrasti incrociati che coinvolge tutta l'area del Corno d'Africa. Ma oggi c'è la preoccupante complicazione del “fattore I” come Islam.
La realtà e che i warlord hanno dimostrato di non avere alcun consenso perché sono stati abbandonati dalla popolazione. Le Corti islamiche, a mio modesto parere, sono un pericolo perché la componente radicale islamica, stando agli ultimi avvenimenti, sta acquisendo sempre più potere all'interno. Però, dietro gli interessi delle Corti islamiche, ed è la speranza sulla quale noi lavoriamo, ci sono forze che non sono necessariamente radicali: la business community, la popolazione civile e quel bisogno di ordine e di sicurezza che tutte le popolazioni hanno. Dov'è la paura? La paura è che il meccanismo islamico di scuole, assistenza sociale e sanitaria, sull'esempio di Hamas e in Hezbollah, possa portare la Somalia a situazioni analoghe..

Le vittorie militari delle milizie delle Corti islamiche modificano radicalmente la situazione?

Credo che le Corti Islamiche non sono necessariamente tutte radicali. C’è una parte moderata sulla quale noi dobbiamo lavorare; è di questi giorni la notizia che Sherif, il capo delle Corti islamiche avrebbe scritto una lettera a Bush per spiegare le sue ragioni e io credo che vi siano anche delle ragioni dalla parte delle Corti islamiche. C’è anche la realtà di chi è stanco di quindici anni di guerra civile. Se queste parti moderati concorrono a formare il nuovo governo provvisorio che dovrà evidentemente essere il più possibile inclusivo di tutte le forze, allora si può ben sperare. Oggi, inoltre, siamo di fronte a che rappresenta Mogadiscio. Mentre prima a Mogadiscio c’era la guerra fra i warlord oggi c’è una forza che comunque rappresenta una sola parte.

Un Bilancio del processo di pace.
Credo che comunque questo processo in quattro anni ha evitato il tracollo della Somalia. C’è un tavolo e c’è uno sforzo internazionale affinché la soluzione del problema somalo avvenga con tutte le fazioni somale.

di Giorgio Torchia

da il Secolo d’Italia di domenica 9 luglio 2006...