Senatore Franco Servello
 
27-07-2006
A ROMA PREVALE LA REALPOLITIK
La conferenza sul Medio Oriente si è conclusa secondo le previsioni della vigilia: Nessun cessate il fuoco "immediato", ma sono state poste le premesse perché si possa arrivare ad uno "duraturo" , aprendo alla diplomazia un varco tra le bombe.
Realisticamente, non ci si poteva aspettare di più e talune enfasi sull'avvenimento, senza nulla togliere alla sua obiettiva importanza, sono state determinate più da certe forzature di casa nostra, dirette a sfruttare un'occasione politica e mediatica eccezionale, che da una valutazione della complessità dei problemi sul tappeto. A questo proposito, sgombriamo il campo da un equivoco e da una speculazione. Bisogna riconoscere che certamente è un successo dell'Italia il fatto che sia stata scelta Roma per questo incontro, ma evitiamo un trionfalismo all'insegna "ora finalmente contiamo ed ecco i risultati".
Le cose non stanno così. Del resto i risultati, in politica come in diplomazia, nascono da un lungo lavoro di preparazione, analisi e proposizione. Salvo casi molti particolari, raramente dall'improvvisazione. La conferenza romana, allargata ad altri paesi ed organizzazioni interessate per un totale di 15, non a caso è stata convocata all'insegna del COREGROUP, un'organizzazione creata per aiutare il Libano nella ricostruzione, della quale l'Italia sino a l'anno scorso non vi faceva parte. E' stato il governo Berlusconi, e l'allora Ministro degli esteri Fini ne fece un punto d'onore, che aveva ottenuto, vincendo le solite reticenze dei paesi amici, l'inserimento dell'Italia a pieno titolo nel COREGRUP. Il che significa che il Governo Prodi ed il Ministro D'Alema si sono trovati lo strumento che ha consentito loro di giocare una partita diplomatica di indubbio prestigio. Che non intendiamo affatto ridimensionare, ma soltanto collocare nella sua giusta dimensione e nel contesto che l'ha resa possibile.
All'appuntamento romano, la cui essenziale rapidità non consentiva decisioni più approfondite rinviate al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che dovrebbe riunirsi a fine settimana, si confrontavano due tesi: coloro, soprattutto i paesi arabi, che premono per un cessato il fuoco subito. Al quale dovrebbe seguire lo scambio dei prigionieri, il ritiro degli israeliani e la dislocazione di una forza di interposizione multinazionale sulla frontiera libanese. Coloro, americani ed israeliani, che ritengono che bisogna finirla con la provvisorietà, che il cessate il fuoco deve esser "duraturo, permanente e sostenibile".
La pace è possibile solo stabilizzando l'area, il che significa rimuovere le cause della crisi. Le quali, essenzialmente, stanno nella trasformazione dell'ex fascia di sicurezza israeliana, sgombrata da Tsahal sei anni fa, in un ridotto fortificato degli Hezbollah, che hanno subito una grande trasformazione: da partito libanese (shiita) armato, in un potente esercito, dotato, fra l'altro, di oltre 10 mila razzi capaci di portare sui centri urbani israeliano una minaccia esterna, che non ha precedenti nella storia dello stato ebraico.
Il nodo, non sciolto,del problema che la conferenza romana ha passato al Consiglio di Sicurezza sta : cosa fare degli Hezbollah? Dietro i quali ci sono l'Iran e la Siria i registi non occulti di questa nuova strategia della radicalizzazione? Israele non ha dubbi. Bisogna disarmarli e comunque spingerli in profondità oltre venti chilometri dalla frontiera. Questo è il reale obiettivo dell''offensiva israeliana che, tra molte ed i in parte impreviste difficoltà, punta proprio ad ottenere questo risultato preventivo ad una qualsiasi cessazione del fuoco. Non dimenticando che gli Hezbollah impegnano Tasahal in un secondo fronte, dopo quello palestinese.
In questa prospettiva, Israele, sempre scettica circa le capacità e la volontà delle forze di interposizione internazionali, a guida ONU, si dichiara ora favorevole a che ne sia costituita una. Ma ancora non si sa se ONU, NATO o UE, oppure, più realisticamente, con le insegne delle tre organizzazioni. Tenendo presente, che bisogna trovare la formula per coinvolgere anche la Russia.
La bandiera di appartenenza non è un fatto simbolico. Appare evidente che una forza multinazionale dei soli caschi blu - ricordando le disastrose esperienze, con l'episodio tragico dei quattro osservatori morti e dell'ufficiale italiano ferito, dell'UNIFIL e di mezzo secolo di assurda paralisi dell'UNTSO - non rassicura gli israeliani. Ma l'interrogativo chiave è il seguente: che tipo di forza e per quali obiettivi? Si tratta di una forza di interposizione, cioè incaricata di separare e vigilare o invece di una forza con capacità ed effettivi, si parla di circa 30 mila soldati, di "imporre" la pace? Cioè di disarmare, all'occorrenza, gli Hezbollah. La prima ipotesi è quella strettamente ONU, la seconda è più NATO.
La disponibilità dell'Italia, che va ricordato ha avuto già assegnata la responsabilità del varco di frontiera tra la fascia di Gaza ed il Sinai egiziano,è stata formulata dal governo e già quello precedente aveva dichiarato un analogo orientamento, qualora si fossero determinate le condizioni necessarie.
Appare però improbabile, questo spiega le rserve americane ed israeliane, che si possa dare vita ad una forza multinazionale con caratteristiche da combattimento. Anche perché gli Hezbollah hanno dimostrato di esser un osso molto duro. E poi Diliberto cosa direbbe?
In queste condizioni, più che il disarmo vero e proprio degli Hezbollah, e su questo punta la Francia che aspira al comando della forza, è quello di ottenerne l'allontanamento dalla frontiera e mettere in condizione l'esercito libanese a restaurare la sovranità nella regione.
Gli attacchi anche di Chirac alla Siria, in parallelo con una forte difesa del Libano, rivelano una crescente pressione su Damasco perché si stacchi dall'Iran e diventi disponibile a soluzioni negoziate e durature. Che però sono condizionate proprio dal fatto che gli Hezbollah sono in grado di esercitare un duplice condizionamento, all'interno del Libano e sulla frontiera contro Israele, grazie proprio al sostegno di Siria ed Iran.

A parte questi due paesi, gli Stati arabi vogliono anch'essi il disarmo degli Hezbollah, ma non possono esprimersi chiaramente per ragioni politiche e di propaganda. Per quanto la cosa possa apparire paradossale, molti governi arabi, preoccupanti dalla strategia aggressiva dell'Iran potenza regionale, sperano che Israele riesca a ridimensionare drasticamente gli Hezbollah, infliggendo così un colpo a Teheran.
In questo quadro complesso, la posizione italiana è, adesso, un cammino sulle uova. Siamo ospiti e non mediatori, come è costretto ad ammettere Prodi. Mostriamo, tardivamente, comprensione per le esigenze di sicurezza di Israele, ma D'Alema insiste nel chiedere allo Stato ebraico "la massima moderazione e proporzionalità". Il che significa voler deliberatamente ignorare, per ragioni di politica domestica, quali sono i reali problemi politici e strategici che sono all'origine di questa crisi che non vengono né risolti, né rimossi con retorici appelli alla moderazione.

di Giorgio Torchia

Da il “Secolo d’Italia” di Giovedì 27 luglio 2006...