Senatore Franco Servello
 
12-09-2006
L'11 SETTEMBRE CINQUE ANNI DOPO: UN DECISO NO ALLO SCONTRO DELLE CIVILTA'
La rivendicazione, documentata, di Bin Laden della responsabilità di Al Qaida nell’attentato dell’11 settembre conferma, oltre ogni ragionevole dubbio, che la strategia del terrore è stata lungamente pianificata ed attuata con una spietatezza che, per molti versi è senza precedenti. Una strategia, cosa che si dimentica molto facilmente, tuttora in atto e che in un mondo globale ha un teatro globale. C’è un filo conduttore, rosso di sangue che gira attorno al mondo stringendolo in una morsa di terrore.
La ricorrenza dell’11 settembre ha più valenze. La prima riguarda questo tipo di terrorismo. Noi conoscevamo il terrorismo generato dall’anarchia, dalle rivolte nazionaliste, dalla lotta anticoloniale, dalla rivoluzione comunista. Questo fanatismo religioso, che si rifà all’interpretazione più fanatica dell’Islam, è una novità. Una novità che rivoluziona sia l’offesa, sia la difesa. Davanti ad un terrorismo suicida, il riferimento ai kamikaze giapponesi è improprio e forzato, le difese sono estremamente difficili. Impossibili con metodi tradizionali. Se c’è un dato che si evince dall’11 settembre è che le nostre società sono vulnerabili, ai limiti indifendibili, da questa forma di offesa, se non ne comprendiamo la natura e non ci adeguiamo a farvi fronte. Sono società i cui obiettivi cosiddetti sensibili si contano a decine di migliaia. Questo finisce, e siamo alla seconda valutazione, per dare alle nostre società un senso di insicurezza senza precedenti e che non è paragonabile alle situazioni di emergenza vissute nei conflitti tradizionali o rivoluzionari.
Da queste due prime considerazioni, entità spietata, originalità dell’offesa e vulnerabilità del nostro sistema di vita, deriva una svolta epocale che incide nel costume, nella vita quotidiana, nel rapporto tra le diverse società e le diverse religioni. L’obiettivo finale del terrorismo è lo scontro di civiltà. Bisogna impedirlo, ma è utopistico negare che ci sono diversi fattori che rischiano di alimentare gli obiettivi di Al Qaida che, però, non va dimenticato, non risparmia i suoi attacchi all’interno dell’Islam contro coloro che ritiene traditori e “servi dei crociati”, per usare il delirante linguaggio di Bin Laden. Un’utopia pericolosa e che sta rivelando tutti i suoi limiti, anche con recenti gravi fatti di cronaca italiana, è quella di un multiculturalismo oltranzista che esalta società meticce prive di identità e senza più radici. E’ questa utopia che alimenta il razzismo e complica il già grave quadro dell’immigrazione. Al Qaida è favorita da un’immigrazione selvaggia che non solo fornisce a Bil Laden proseliti, ma crea sacche di frustrazione ai margini delle nostre società alimentando rivolte e rigetti. Non sorprende così, ed è questa un’altra considerazione sulle conseguenze dell’11 settembre che l’Islam occidentale, quello che si è radicato in Europa ed in America, generi seguaci di Bin Laden. I modelli in Europa, con le sue varianti inglese e francese sono falliti, pur nella gradualità delle diverse realtà.
In questa ricorrenza dobbiamo avere coscienza che la lotta al terrorismo dura e difficile, è globale e che aldilà di scelte che possono essere state giuste o errate, la linea di confronto ha a Baghdad ed a Kabul i suoi avamposti, ma passa all’interno delle nostre stesse società. Bisogna prendere coscienza di questa dura realtà, adeguarsi e convincersi che siamo in guerra. Una guerra nella quale fanatismo religioso e tecniche di comunicazione d’avanguardia si integrano, portando una minaccia che solo ora, con fatica e parzialmente, cominciamo a comprendere.

di Franco Servello

da il "Secolo d’Italia" di martedì 11 settembre 2006...