Senatore Franco Servello
 
29-11-2006
IN RICORDO DI GIORGIO ALMIRANTE
L’interrogativo principale su Giorgio Almirante, all’indomani della sua elezione a segretario, ricordato oggi, fa un po’ sorridere. «Ci si chiedeva se sarebbe stato un comunicatore all’altezza di Michelini», racconta Franco Servello rievocando i primi anni della segreteria Almirante e la storia del Msi agli inizi degli anni ’70. «Lo so che detto adesso sembra incredibile, ma all’epoca Michelini sapeva fare un uso magistrale del mezzo televisivo, mentre del suo successore si conoscevano inizialmente soprattutto le qualità di giornalista».
In questi ultimi mesi Servello ha scritto il libro *60 anni in Fiamma* (edito da Rubettino), che sarà nelle librerie all’inizio del prossimo anno.
Un volume che ripercorre la storia della destra italiana, dal Msi ad An, attraverso il suo racconto da protagonista e testimone diretto. Ma prima di ricordare gli anni almirantiani, Servello ha a cuore un chiarimento sul ruolo dell’America nella nascita del Movimento sociale. «La tesi che qualche maligno giornalista ha dedotto dal recente libro di Giuseppe Parlato (Fascisti senza Mussolini ndr) che vorrebbe il partito finanziato dal governo di Washington, non sta assolutamente in piedi». L’attuale presidente dell’assemblea nazionale di An parla con cognizione di causa: «Sono stato testimone della nascita del partito e parte in causa. Posso escludere che avessimo contributi dalla Cia o dal governo italiano». Non solo agli inizi, ma anche negli anni a venire assicura, «il Movimento sociale italiano non ha mai avuto vita facile». Se finanziamenti Usa ci sono stati, sono stati talmente “occulti” da non avere lasciato traccia nelle casse del Msi: «Basti pensare che c’è stata una fase della vita del partito, proprio agli inizi della guida di Almirante, nella quale addirittura i debiti accumulati erano tali che da segretario amministrativo del partito fui costretto a mettere un’ipoteca sulla mia casa». Una scelta che ha davvero dell’impensabile se paragonata a una certa visione della politica italiana. «Quindi contesto che ci sia stato questo aiuto economico. Che poi con la divisione tra Occidente e la parte comunista oltrecortina gli Usa cominciassero a occuparsi di noi e che ci fossero degli interessamenti è molto probabile, ma è un ragionamento diverso».
Ed è nel novembre del 1970 al nono congresso del partito, a Roma che la segreteria Almirante esce rafforzata anche alla luce del buon risultato delle regionali del giugno precedente (5,3 per cento). Nasce la proposta di un “fronte articolato anticomunista”, che poi nel 1973 diventerà la Destra nazionale. Nel giugno 1971, alle regionali siciliane e alle amministrative, i risultati sono ancora più lusinghieri: 16,3 per cento in Sicilia e 16,2 per cento a Roma dove Almirante si era presentato come capolista in consiglio comunale. Sono anni di successi elettorali, ma anche “anni di piombo”: «Era un clima – ricorda Servello – dove l’intimidazione era quotidiana, perfino in Parlamento. Mi fanno sorridere ora le liti tra Luxuria e la Gardini. All’epoca anche nei corridoi di Montecitorio si rischiavano le aggressioni. Noi deputati andavamo spesso in gruppo per evitare inconvenienti. I nomi degli avversari? Mi consenta di non ricordarli. Erano scontri spesso drammatici, anche sotto il profilo dialettico. Ricordo ad esempio uno screzio con Sandro Pertini presidente della Camera. Per anni mi tolse il saluto».
Il boicottaggio aveva diverse sfumature: «Quando iniziava a parlare Giorgio Almirante, l’aula all’inizio si svuotava e rimanevamo solo noi missini. Ma le sue capacità oratorie erano tali, che costringeva anche gli avversari a rientrare per ascoltarlo».
Qualità oratorie che gli valsero una popolarità con pochi precedenti: «Comizi che vedevano affluire centinaia di migliaia di persone in città come Roma o Milano. Ma erano diversi anche gli italiani. C’era molta passione, dedizione, volontarismo. Quando dicono che c’è stato il tramonto delle ideologie, è vero, ma forse sono tramontati anche gli ideali».
Grande passione, ma anche una conflittualità senza precedenti. «Ricordo i tanti caduti: due per tutti. Il giovane Sergio Ramelli e l’avvocato Enrico Pedenovi barbaramente trucidati. E quando ripenso a quegli anni così terribili, mi viene da rispondere indirettamente agli intellettuali di destra che oggi lamentano il fatto che il partito non ha lavorato per una cultura di destra. A costoro rispondo che non solo non avevamo mezzi, ma eravamo circondati da un muro di silenzio». Un ”cordone sanitario“ dal quale era impossibile uscire: «Di noi si parlava soltanto in caso di incidenti. Altrimenti ogni nostra iniziativa andava boicottata con la congiura del silenzio». Servello ricorda che, tuttavia, dal punto di vista della comunicazione Almirante era formidabile anche quando era sotto attacco: «Alla vigilia delle elezioni del 1972 venne accusato di avere firmato i bandi per l’arruolamento alle Forze armate della Rsi che annunciano la fucilazione per disertori e renitenti. Una montatura pre-elettorale tipica della sinistra». Eppure Almirante riesce a girare a suo vantaggio quel linciaggio mediatico: «Scrive nel giro di pochi mesi un libro di risposta: Almirante autobiografia di un fucilatore, dove ribatte punto per punto alle menzogne e, anzi, espone il suo programma politico con un messaggio conclusivo rivolto ai giovani». Alle elezioni politiche del maggio 1972, in occasione delle elezioni politiche anticipate, il Msi si allea con i monarchici di Covelli. Le liste comuni sotto il simbolo missino annoverano personalità di grande prestigio. Il risultato elettorale è eclatante: la Fiamma raddoppia i consensi. Con l’8,7 per cento delle preferenze conquista 56 seggi alla Camera e 26 seggi al Senato. «Tre milioni di italiani scelsero il nostro partito – ricorda Servello – e da quel momento l’aggressione divenne anche giudiziaria». Il ricordo va a quanto disposto appena un mese dopo le elezioni, dalla Procura di Milano: «Il procuratore generale Luigi Bianchi d’Espinosa avviò un procedimento a carico del segretario del Msi per ricostruzione del partito fascista». Un’iniziativa che Servello spiega così: «Era funzionale al disegno della Democrazia cristiana e del Partito comunista di mettere fuori gioco un avversario che mai come in quell’anno apparve in grado di fare breccia tra gli italiani». Ma il crescendo di intimidazioni non finisce qui. Nelle piazze e nelle strade italiane si consumano una serie incessante di violenze nei confronti di esponenti e militanti di destra. In queste drammatiche vicende della storia d’Italia e probabilmente le più drammatiche della storia del partito, il punto di riferimento rimaneva sempre e comunque il suo leader.
«Almirante era il politico più disponibile che esistesse. Non c’era una lettera a cui non dava risposta. Quando tornava in una località in cui aveva ricevuto qualche carteggio, c’era qualche militante che lo ringraziava di avergli risposto. Leggeva migliaia di lettere e poi rispondeva a tutte, rimanendo a lavorare fino alle tre del mattino. Poi la signora Gila, la sua segretaria, con santa pazienza le ricopiava in bella copia».
Ad Almirante e alla sua popolarità tra gli italiani, resta legata anche la battuta ormai passata alla storia della politica italiana, “piazze piene, urne vuote”. «Una battuta che si spiega così: con l’esistenza in Italia del più forte partito comunista dell’Occidente. Gli italiani di destra davanti alla preoccupazione della prevalenza dei comunisti, magari turandosi il naso, come diceva Montanelli alla fine votavano Dc».
Infine, un ricordo delle qualità politiche. «Era profondamente coerente, ma allo stesso tempo duttile. Il tentativo di fare la destra nazionale, la soluzione del fronte articolato anticomunista confermano la sua abilità a includere. Quando lanciò l’idea della Destra nazionale, nella riunione che si svolse a Roma a Villa Miani, riuscì nell’impresa di aggregare forze esterne: recuperò i monarchici e singole personalità di rilievo e per poco non riuscì a far aderire anche Edgardo Sogno. Ma aveva chiesto di cambiare il simbolo e così non se ne fece più nulla...».
(13 - continua)

Valter Delle Donne

Da il “Secolo d’Italia” di mercoledì 29 novembre 2006
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