Senatore Franco Servello
 
06-12-2006
STORIA & STORIE: ALLE ORIGINI DEL MSI
Ma allora è vero o no che il Movimento Sociale Italiano fu voluto e finanziato dagli americani, in funzione anticomunista, come sostiene il libro di Giuseppe Parlato «Fascisti senza Mussolini»?

FRANCO MARTINI
Genova
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Premesso che il problema è stato ampiamente trattato su queste pagine da Mario Bernardi Guardi con il suo articolo uscito mercoledì scorso, e che Giuseppe Parlato è uno storico serissimo, forse uno dei più seri attualmente sulla scena, e dato per certo ch’egli ha scritto un libro più che documentato, come si conviene ad un vero storico, ad un cattedratico che lavora su documenti reperiti spesso non senza difficoltà, la conclusione che molti recensori del suo libro hanno tratto dopo averlo letto, e che è implicita nella Sua domanda, caro Martini, non mi pare affatto condivisibile. Un conto sono certe vanterie, magari documentali, di personaggi vissuti ai margini della grande storia, altra cosa la realtà dei fatti, spesso crudele e dolorosa, che migliaia e migliaia di fedeli al fascismo dovettero subire dopo la sconfitta della loro parte politica. E non parlo del «sangue dei vinti», ormai ammesso persino da coloro che sono stati sempre di sinistra. Parlo delle autentiche persecuzioni e della caccia al fascista che si sviluppò un po’ dappertutto, in italia, a mano a mano che gli eserciti vittoriosi delle potenze alleate (America, Inghilterra e Francia di De Gaulle) avanzavano sul nostro territorio.
Gli episodi di selvaggia vendetta contro chi era stato fedele al suo Duce anche dopo l’8 settembre 1943 non si contano e basterebbe leggere le pagine del recentissimo libro di Federica Saini Fasanotti «La gioia violata» per rendersi conto che per i fascisti, nella Sicilia appena conquistata dagli americani, c’era la morte. E, quando proprio andava bene, durissime condanne, come ha già documentato proprio sul «Secolo d’Italia» Annalisa Terranova riportando la testimonianza di Dino Grammatico, uno dei fondatori del MSI in Sicilia assieme ad Alfredo Cucco, già gerarca fascista e sottosegretario all’Educazione Nazionale nella RSI con il ministro Carlo Alberto Biggini. Grammatico fu processato dall’Alta Corte militare alleata nel Natale 1943. Il suo fu il primo processo politico nell’Europa occupata. Fu proposto per la condanna a morte, ma, poiché non aveva ancora 21 anni, fu condannato a 10 anni.
Un altro caso significativo non certo della simpatia, ma del rancore che gli Alleati riservavano ai fascisti è documentato dalla drammatica vicenda di cui fu protagonista Francesco Ryllo, esponente del fascismo calabrese, condannato dal tribunale Militare di guerra di Catanzaro nell’aprile 1944 e poi uscito dal carcere in seguito all’amnistia Togliatti del giugno ‘46. A proposito di quell’amnistia, non va dimenticato che essa non fu voluta per liberare i fascisti, bensì per salvare migliaia di comunisti che si erano macchiati delle turpi vendette dell’immediato dopoguerra. Ma, poichè faceva d’ogni erba un fascio (è proprio il caso di dirlo) e considerava «fatto di guerra» anche l’omicidio del vicino di casa che stava antipatico al gradasso col fazzoletto rosso al collo e la falce e il martello sul bavero, fu giocoforza applicarla anche ai fascisti.
Ryllo, amico e conterraneo di uno dei massimi esponenti del MSI (e ora di An) Franco Servello, si laureò in legge, divenne avvocato ed ebbe modo di difendere coloro che, proprio nel libro di Parlato, vengono indicati come i tramiti tra Mussolini e gli Alleati in vista della creazione di un fronte comune antisovietico: i principi Maria e Valerio Pignatelli. Ecco in proposito la testimonianza dell’avvocato Ryllo: «La principessa mi confidò di avere “usato” gli inglesi, con i quali aveva avuto rapporti prima della guerra, utilizzando i loro mezzi, tra cui il necessario lasciapassare, per attraversare le linea del fronte onde recarsi a nord da Mussolini, e poi per riattraversarlo tornando al Sud. La lealtà sua e del Principe nei confronti del fascismo e di Mussolini è dimostrata dal fatto che insieme organizzarono al Sud quella rete insurrezionale di cui ho fatto parte. Di questo essi pagarono di persona le conseguenze che per lei significarono il campo di concentramento e per il Principe 12 anni di reclusione, poi anch’essi interrotti dall’amnistia.
«Che poi gli inglesi pensassero di usare i Pignatelli e la loro indubbia carica anticomunista in vista del dopoguerra, è un altro discorso, che certo non riguardò la vicenda degli “88 ribelli di Calabria”, alla quale partecipai nella convinzione di battermi non a favore, ma contro coloro che allora erano per noi gli invasori». E che - detto tra parentesi ma non troppo - massacravano a decine di migliaia gli italiani con i bombardamenti aerei sulle città del Nord.
Quanto a Ryllo, gli ando certo meglio degli agenti fascisti che agivano da spie dietro le linee alleate e che, scoperti, furono messi al muro senza tante storie e fucilati a decine, come accadde, per esempio, a Santa Maria Capua Vetere.
Più che naturale che i sopravvissuti, gli scampati, si radunassero attorno a quelle figure, come Romualdi, Michelini e Almirante, che alla fine del 1946, esattamente 60 anni fa, diedero vita al Movimento Sociale italiano. In particolare Ryllo, ammalatosi in conseguenza della prigionìa, ricevette nel maggio ‘49 una significativa lettera da Giorgio Almirante, di cui vale la pena riprodurre un brano: «Tutta l’Italia è ammalata, amico carissimo, e purtroppo non soltanto nel corpo ma anche nel profondo dell’anima. Voi (si riferiva ai ragazzi della Calabria; n.d.r.) che con la forza dell’animo avete superato l’avversità del destino, siete davvero il simbolo della resurrezione. Vi abbraccio tutti e a te, caro Ryllo, un particolare augurio».
Almirante, come correttamente ricostruisce Parlato, non era affatto un «atlantista» e non spasimava per l’America, anche se - ovviamente - il maggior pericolo lo vedeva nel comunismo e nei tentativi di Mosca di allargare la propria influenza ben al di qua della Cortina di ferro, grazie all’aiuto dei Partiti comunisti occidentali. Quanto ai fascisti che si lasciarono convincere ad entrare nelle file del Pci, si trattò dei soliti «furboni del quatierone» che sono sempre esistiti ed esisteranno sempre. Nei loro confronti (sto parlando di intellettuali, artisti, uomini di cinema e di teatro, giornalisti già famosi, docenti universitari, scrittori) il PCI aveva tentato approcci prima del referendum del 2 giugno 1946, per convincerli a fare propaganda per la Repubblica e contro la Monarchia. Compito tutto sommato non difficile perché grande era l’odio dei fascisti di Salò verso Badoglio e il Re. In realtà, l’unico contatto concreto tra combattenti di Mussolini e combattenti del Re fu quello instaurato tra la Decima del Principe Borghese e il ministro della Marina del Sud ammiraglio De Courten, per difendere le coste adriatiche dall’avanzata titina. Contatto peraltro sempre ammesso da entrambe le parti. Senza che per questo i marò tradissero la parola data all’alleato tedesco. Del resto, una definizione chiarissima su ciò che furono i «fascisti senza Mussolini» a me pare l’abbia data nei giorni scorsi Giano Accame (che, giovanissimo, fu uno di essi) risponendo ad una domanda del «Corriere della Sera»: «Tra coloro che crearono il MSI il sentimento antiamericano era molto forte. Certo, se messi alle strette, preferivamo l’Occidente all’Urss, perché sotto il comunismo saremmo stati eliminati fisicamente».
Peraltro, nel libro di Parlato è possibile leggere una definizione del MSI delle origini a mio avviso assolutamente convincente e veritiera: «Un partito, comparso venti mesi dopo la conclusione del conflitto, con chiari e non nascosti riferimenti al regime e alla Rsi, sotto il continuo rischio di scioglimento nonostante il suo ingresso nel Parlamento repubblicano fin dalla prima legislatura: un fenomeno, questo, sconosciuto agli altri partiti vincitori e vinti della Seconda guerra mondiale. Un partito, inoltre, che, proprio a causa dei riferimenti ideologici, non si considerava certamente di sinistra, professava, anzi, un anticomunismo assai determinato, ma che, comunque, non poteva essere identificato con la destra liberale e tradizionale. Cattolico, ma ghibellino, antigovernativo ma con la malcelata volontà di risultare determinante, anticomunista ma con venature socializzatrici, legato al mito del fascismo e del suo Duce ma formalmente corretto a livello parlamentare, fautore, in diversi momenti della sua storia, di un progetto, più ideale che concreto, di alternativa al sistema, eppure, anche nei momenti di maggiore isolamento, contrario ad assumere posizioni di aperta rottura istituzionale».
Chiaro il concetto? Talmente chiaro che, alla luce di esso, il libro di Parlato avrebbe potuto essere intitolato: «Italiani anche senza Mussolini».

di Luciano Garibaldi

Da il “Secolo d’Italia” di martedì 5 dicembre 2006...